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Avversione alle perdite: gli investitori si comportano come i giocatori di golf?

Secondo la teoria economica tradizionale, gli individui valutano utili e le perdite in modo proporzionale. In realtà molti studi ed esperimenti affermano esattamente il contrario.
L’avversione alle perdite è un concetto che proviene dal lavoro di Tversky and Kahneman (1979), noto come Prospect Theory.
In genere infatti, gli individui tendono a considerare una perdita economica in misura maggiore rispetto ad un guadagno della stessa entità.
Detto in altri termini, la soddisfazione di ottenere un guadagno di 100 euro può essere molto inferiore della delusione che si prova perdendoli.  

 

 

 

I fratelli Brafman, nel libro “Sway: l’irresistibile forza dei comportamenti irrazionali”, raccontano che molto spesso nello sport si tende a gareggiare per evitare la sconfitta piuttosto che per raggiungere la vittoria.

La stessa idea è stata ripresa da due professori della University of Pennsylvania1, che hanno analizzato il comportamento dei golfisti nei principali tornei internazionali.
Il loro studio ha dimostrato che anche i migliori giocatori di golf, Tiger Woods compreso, preferiscono perdere l'occasione di realizzare  un "birdie" (quando un giocatore imbuca con un numero di colpi inferiore rispetto a quelli previsti)  per paura di fare un "bogey" (imbucare con un numero di colpi maggiore di quanto ci si aspetta).

Tuttavia, imboccare la strada apparentemente più sicura ha il suo costo. Nel 2008, se ognuno dei top 20 golfisti fosse stato in grado di superare questo bias, il suo guadagno atteso sarebbe cresciuto di $1.2 milioni di dollari (+22%).

 

E gli investitori sono avversi al rischio come i giocatori di golf ? 

Un gruppo di matematici chiamati Taxi 1729 ha sottoposto due esperimenti ad una platea di 500 risparmiatori.
Nel primo esperimento, al pubblico è stato proposto di scegliere una di queste due alternative:

            A)   Un guadagno di 100 euro con una probabilità pari al 100%.

            B)   Lancio di una monetina: se esce testa si guadagnano 200                                       euro mentre se esce croce non si vince nulla.

L’ 84% del pubblico ha scelto l’ipotesi A) e soltanto il 16% ha optato per il lancio della monetina.

Nel secondo esperimento è stato chiesto di scegliere tra:

            A)    Una perdita di 100 euro con una probabilità pari al 100%. 

            B)    Lancio di una monetina: se esce testa di perdono 200 euro mentre se                    esce croce non si perde nulla.

Se gli individui fossero stati pienamente razionali avrebbero dovuto mostrare lo stesso pattern di preferenze dell’esperimento 1. Invece, le previsioni sono state disattese. L’opzione B questa volta è stata preferita dal 69% degli spettatori, mentre l’ipotesi A soltanto dal 21%. 

Questo esperimento dimostra che preferiamo assumere dei rischi più grandi quando si tratta di ridurre le perdite rispetto a quelli che siamo disposti a correre per ottenere maggiori guadagni

Molto spesso, anche gli investitori si dimostrano eccessivamente avversi al rischio e per questo motivo perdono l’occasione di ottenere maggiori guadagni.

Nel lungo periodo, però chi ha investito in Borsa ha ottenuto un guadagno maggiore rispetto a chi ha preferito tenere parcheggiati i propri soldi in luoghi sicuri. 

Secondo il Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook 2016, il premio al rischio medio annuo dei mercati azionari mondiali, e cioè la differenza tra il rendimento di un investimento e quello di un titolo (considerato) a bassissimo rischio, è stato positivo del 4,2% dal 1900 al 2015. 

I rendimenti passati non sono indicativi dei risultati futuri, tuttavia nel medio-lungo periodo, i mercati finanziari si sono dimostrati in grado di remunerare i rischi assunti dagli investitori.

 

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Grazie al pacchetto Crescita è possibile finalmente ottenere potenziali rendimenti con un occhio di riguardo verso la componente rischio.

 


 

1Pope, Devin G., and Maurice E. Schweitzer. "Is Tiger Woods Loss Averse? Persistent Bias in the Face of Experience, Competition, and High Stakes." THE AMERICAN ECONOMIC REVIEW 101 (2011): 129-157.

Pubblicato il 15 marzo 2017 da Elisabetta Villa staff