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Con il petrolio sotto i 60 dollari al barile, quali paesi sono nei guai?

La caduta del prezzo del petrolio è una catastrofe? Dipende. Per l’Italia no di certo in quanto siamo importatori netti e la riduzione dei costi fa bene all’economia. E per i paesi produttori? Jordan Weissmann su Slate ci spiega come valutare l’impatto della riduzione del prezzo sui paesi che dipendono dalla produzione di petrolio. Per alcuni paesi il calo è una minaccia. Per altri no.

Beh, che dire del prezzo del petrolio? Il greggio ha continuato oggi la sua lunga discesa, con il prezzo dell’indice del petrolio americano che è caduto sotto i 60$ al barile per la prima volta dal luglio 2009, quando il paese era appena uscito dalla recessione. La causa? Dunque, l’OPEC ha tagliato le sue stime sul fabbisogno di petrolio nel mondo per l’anno prossimo e l’Arabia Saudita, il membro più potente del cartello, ha ribadito che non ha alcuna intenzione di ridurre la produzione, cosa che, teoricamente, toglierebbe dal mercato parte del combustibile fossile in eccesso spingendo i prezzi nuovamente al rialzo.

“Perché dovrei ridurre la produzione?” ha detto ai giornalisti Ali al-Naimi, ministro saudita del petrolio e delle risorse minerarie, “Questo è un mercato e sto vendendo al mercato. Perché dovrei ridurre?”.

La battuta di al-Naimi è più di un modo elegante di sviare la domanda che preme a qualsiasi dirigente dell’industria petrolifera globale (che sicuramente gradirebbe che i sauditi riducessero la produzione, anche solo un po’). Ci ricorda anche che alcuni paesi in questo contesto del mercato petrolifero soffrono molto più di altri – e i sauditi, sotto diversi punti di vista, non hanno nulla da temere. Quindi, penso che questo sia un buon momento per una breve carrellata su vinti e vincitori.

Ci sono tre numeri che bisogna avere in mente quando si valuta se il prezzo del petrolio in calo sia un problema per un paese:

  • Il pareggio fiscale: il prezzo del petrolio che permette al paese di non creare deficit pubblico.
  • Il pareggio contabile (o più comunemente “breakeven”): il prezzo del petrolio necessario perché un nuovo progetto di estrazione di petrolio sia profittevole.
  • Il costo in denaro: il prezzo del petrolio necessario perché le compagnie petrolifere mantengano operativi i progetti già esistenti.

Prima tappa: matematica fiscale. Per paesi come gli Stati Uniti, che non ricavano enormi entrate fiscali dalla produzione di petrolio, la riduzione dei prezzi è generalmente una buona notizia dal punto di vista economico, perché un carburante più economico porta a maggiori profitti per i produttori di beni di consumo. Tuttavia, per le nazioni dell’OPEC dipendenti dal petrolio, è un incubo per i bilanci. Inoltre, come ha evidenziato un’analisi di Deutsche Bank in ottobre, i produttori di petrolio come Russia, Venezuela e Nigeria necessitano di un prezzo superiore ai 100$ al barile per avere i bilanci in pareggio. Persino l’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo vicino ai 99$ per sostenere la sua spesa pubblica. 

I deficit sono però un problema maggiore per alcuni paesi piuttosto che per altri. Grazie alle loro massicce riserve di dollari, i sauditi possono permettersi di creare deficit per un po’ di tempo. Anche la Russia beneficia di un certo spazio di manovra. Paesi come la Nigeria, che quasi non hanno riserve in valuta estera sono invece in grossa difficoltà.

Dimentichiamoci dei governi per un attimo. Cosa dire del prezzo minimo per mantenere in profitto i progetti petroliferi? Questo valore varia fortemente tra i diversi paesi e dipende dai costi delle esplorazioni, della costruzione degli impianti, dell’estrazione, della produzione giornaliera e del marketing, tra i vari fattori. È molto più costoso andare in cerca di petrolio nel profondo e gelido artico, o utilizzare tecniche quali il fracking o la perforazione orizzontale per estrarre shale gas negli Stati Uniti, piuttosto che estrarre petrolio direttamente da un pozzo nel Deserto Arabico. Come questo grafico di Morgan Stanley (pubblicato da Business Insider) illustra chiaramente, in Medio Oriente si riscontrano i prezzi di pareggio contabile più bassi – generalmente sotto la quota dei 40$ al barile.

Il prezzo di breakeven è importante soprattutto negli Stati Uniti, perché i pozzi non convenzionali che hanno alimentato il boom di petrolio domestico si esauriscono rapidamente, obbligando le compagnie petrolifere a cercare nuovi giacimenti per mantenere il livello di produzione. Se di colpo fare ciò diventa non profittevole, dovremmo aspettarci una riduzione del flusso di petrolio. Questa è una ragione per cui molti analisti, a torto o a ragione, ritengono che i sauditi abbiano ingaggiato una guerra di logoramento per ridurre la produzione degli USA e preservare la propria quota di mercato.

Tuttavia, anche se un pozzo preesistente cessasse di essere profittevole, rispetto al costo che è stato sopportato per esplorazione ed estrazione, non significa che Exxon o Shell lo chiuderebbero dall’oggi al domani. No, il prezzo da tenere sott’occhio, a cui le compagnie inizierebbero di colpo a staccare la spina ai progetti già operanti, è conosciuto come “cash cost”, costo in denaro – la quantità di soldi necessaria per coprire i costi legati alla produzione giornaliera, alle tasse e al marketing. Questo valore può essere decisamente basso, come mostra questo grafico di Morgan Stanley. In verde è rappresentato il costo in denaro comprensivo di tasse versate al governo e in blu il costo legato alla sola produzione.

Il costo in denaro per molti produttori è al di sotto dei 50$ al barile. Ancora una volta però, è l’Arabia Saudita a beneficiare del prezzo più basso tra tutti i paesi. In alcuni stati, incluso il Venezuela, il prezzo magico per tenere accese le luci degli impianti è nell’intorno dei 35/40$ al barile. E alcuni osservatori ritengono concepibile che il prezzo del petrolio arrivi a quei livelli. Quindi, perché l’Arabia Saudita dovrebbe tagliare la produzione? Solo se vuole essere certa che il Venezuela non imploda, penso. Ma in quasi qualsiasi scenario, il Regno di Arabia Saudita può dormire sonni tranquilli.

Pubblicato il 16 dicembre 2014 da Lorenzo Saggiorato staff