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Guerre commerciali? Niente di nuovo

Il rischio di assistere ad una guerra commerciale tra le principali potenze mondiali (Usa e Cina) è oggi considerato il timore più grande per la crescita economica globale.

Ma degli effetti che può avere una guerra commerciale, gli Stati Uniti ne dovrebbero sapere già qualcosa.

Il 3 maggio 1930, il Congresso degli Stati Uniti d’America fu testimone di una petizione firmata da 1028 economisti con l’intento di convincere l’allora presidente, Herbert Hoover, a porre il veto su la proposta di imposizione di dazi commerciali su circa 20000 beni di import che prendeva il nome di Smoot-Hawley Act.

Hoover non era un pioniere del protezionismo, ma il crollo di Wall Street del 1929 diede ai lobbisti che volevano nuovi dazi del settore agricolo e manifatturiero una forza politica alla quale il presidente non poté resistere.

Dunque, nonostante il manifesto contenesse delle buone ragioni per evitare un’ulteriore chiusura degli scambi commerciali verso il resto del mondo e nonostante le migliori menti economiche del tempo fossero tutte schierate contro, il tentativo fu invano. Dopo poco più di un mese, l’Act entrò in vigore. 

Storici ed economisti continuano a discutere circa l'entità dei danni che questa mossa di natura protezionistica inflisse all'economia americana ma c'è sicuramente comune accordo sul fatto che lo Smoot-Hawley Act e la conseguente guerra commerciale abbiano esacerbato e prolungato le difficoltà della Grande Depressione, iniziata l’anno precedente. La mossa politica del governo statunitense suscitò pessime reazioni internazionali.

Il periodo tra il 1931 ed il 1933 fu caratterizzato infatti da una serie di misure protezionistiche promosse a loro volta da molti altri governi. Nel 1932, il Regno Unito, da quasi un secolo campione del libero scambio, alzò i dazi doganali e ridusse l’interscambio con l'Europa chiudendosi in un rapporto preferenziale con il Commonwealth. Anche qui corsi e ricorsi storici, quando si pensa alla Brexit.  

Nel frattempo, l’Italia, paese fortemente dipendente dall’export, privo di una propria zona di influenza, fu tra i più danneggiati dalla guerra commerciale degli anni Trenta.

Il risultato della trade war fu disastroso per tutti i paesi coinvolti. Il PIL USA passò da 100 miliardi nel 1928 a 65 miliardi nel 1933. L’import americano scese del 40% e nel 1933 il volume mondiale di commercio perse circa il 30 punti percentuali.  

Di conseguenza, il 12 giugno 1934, il Presidente successore F.D. Roosevelt firmò il Reciprocal Tariff Act che diede la possibilità al governo americano di negoziare accordi bilaterali commerciali con altri paesi abbassando gradualmente i dazi in vigore sulle importazioni, fino ad una percentuale media vicina al 12%.

Questo portò ad un'ondata di liberalizzazione nelle politiche commerciali americane che continuò per tutto il ventesimo secolo. 

La situazione oggi

I dazi già entrati in vigore e le continue minacce di altre misure protezionistiche da parte dell’amministrazione Trump richiamano alla memoria quanto avvenne nel 1930. Il governo cinese e quello canadese hanno già risposto con altre misure protezionistiche e si sono messi alla ricerca di nuovi mercati dove poter espandere e liberalizzare i loro accordi commerciali. Tutti i presupposti per l’inizio della fine sembrano essere serviti a tavolino. 

Ma la grande differenza tra oggi e i nervosi anni Trenta, quella che fa sperare che essi non si ripetano, è data da ciò che allora non esisteva: la forza di un’estesa rete di organizzazioni per la cooperazione internazionale.

Una delle prime risposte è l'intesa di libero scambio, con abolizione di tutti i dazi tra Europa e Giappone, che entrerà in vigore nel 2019.

La speranza è che possa essere d'esempio... 

Pubblicato il 30 luglio 2018 da Elisabetta Villa staff