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L’effetto gregge e la bolla delle "dot-com"

Lasciarsi trasportare dal gregge è un istinto naturale di ogni “animale sociale”.
Nella storia, sono tantissimi gli esempi in cui l’uomo ha pensato e agito in base alle decisioni prese dalla massa e spesso le cose non sono andate per il verso giusto. Anche in finanza, uno degli errori comportamentali più comuni tra gli investitori è proprio quello che viene definito “effetto gregge”.
Seguire il gregge sui mercati finanziari è infatti uno dei motivi che contribuiscono alla nascita delle bolle speculative.
Le bolle nascono da una fase di generale euforia nella quale una massa di investitori corre all’acquisto per paura di perdere l’occasione d’investimento. In seguito, quando si assiste ad un improvviso cambio delle aspettative future, il panico si diffonde tra gli investitori che vendono indiscriminatamente per paura di conseguire delle perdite.

 

Perché si verifica l’effetto gregge?

Numerosi esperimenti di finanza comportamentale hanno dimostrato che, quando le informazioni sono scarse, le persone preferiscono replicare cosa fanno gli altri piuttosto che ascoltare la propria logica.
Copiare le azioni di una massa di investitori ci tranquillizza se pensiamo che gli altri possono avere accesso ad informazioni che noi non possediamo.
Inoltre, siamo disposti a seguire il gregge anche a costo di screditare le nostre stesse convinzioni poiché riteniamo improbabile che un numero così grande di individui possa avere torto.

 

La bolla delle “Dot-com”

Un classico esempio di bolla speculativa nata si è verificata a cavallo del nuovo Millennio, quando i titoli azionari legati al settore tecnologico registrarono una crescita straordinaria e repentina in tutto il Mondo.
In quel periodo, bastava che una società avesse il prefisso “e-”  o il suffisso “.com” o per attrarre a sé le attenzioni di una miriade di investitori. L’avvento di internet aveva generato un’euforia all’acquisto dei titoli di questo settore e gli investitori continuarono per alcuni anni a nutrire aspettative positive sulla futura crescita dei loro prezzi.
Ogni criterio di valutazione aziendale basato sui fondamentali fu stravolto dalla miope convinzione che le società avrebbero conseguito enormi profitti solo grazie alla loro presenza sul web. Agendo così, il valore di moltissime “dot-com” ero stato ampiamente sopravvalutato dagli attori del mercato.  Secondo una ricerca, condotta da HSBC, solo una crescita annuale degli utili pari all’80% avrebbe potuto giustificare un simile apprezzamento dei titoli delle dot-com.


Il NASDAQ, l'indice dei principali titoli tecnologici della borsa americana, registrò una crescita del 377% in soli 4 anni, passando dai 1058,69 punti nel 1996 al massimo di 5048 punti nel marzo del 2000.
Improvvisamente, però, a fine marzo del 2000, la pubblicazione dei bilanci aziendali mostrò agli occhi di tutti i deludenti risultati economici realizzati dalle dot-com.  A fronte degli ennesimi risultati al di sotto delle aspettative, iniziò a diffondersi la sfiducia tra gli investitori che presto si resero conto che il sogno delle dot-com si era evoluto in una classica bolla speculativa. La voglia di disinvestire prima che i titoli si svalutassero ulteriormente prese il sopravvento.
Il Nasdaq, l'indice azionario di riferimento, perse in tre giorni quasi il 9%. La bolla era scoppiata ma era solo agli inizi. Nei mesi successivi, si bruciarono oltre 3mila miliardi di dollari, una cifra enorme che portò alla liquidazione di migliaia di piccole “dot-com”. Agli inizi del 2003, l’indice NASDAQ tornò agli stessi valori del 1996.  
La "nuova economia", caratterizzata dal boom di Internet, tuttavia, riuscì a produrre pochi ma notevoli successi, come i giganti di Amazon, eBay e Google. 

Cosa abbiamo imparato dalla bolla delle dot-com?

Seguire le mode di mercato anzichè assumere decisioni indipendenti non sempre è la scelta giusta. Dalla bolla delle dot-com ad oggi, l’industria finanziaria si è notevolmente evoluta negli anni, anche grazie all’avvento del Fintech, e sono nati degli strumenti che consentono di gestire l'emotività degli investitori sui mercati finanziari. 

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Pubblicato il 14 aprile 2017 da Elisabetta Villa staff