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Quotazione dei fondi in Borsa, contro le ragioni dei contrari

Si è finalmente concluso il teatrino burocratico che ha coinvolto Banca d’Italia e poi il Parlamento per la definizione e approvazione degli ultimi tasselli normativi necessari per permettere ai risparmiatori di negoziare i fondi comuni italiani in Borsa.

La libertà di poter comperare un fondo comune in Borsa rappresenta un’innovazione dirompente nel mondo del risparmio gestito. Un prodotto diffuso e apprezzato come il fondo comune diventa facilmente accessibile in un ambiente che favorisce il confronto, e quindi la trasparenza e la concorrenza, e a costi inferiori.

Un dibattito sulle caratteristiche e le possibilità offerte da questo nuovo canale è però quasi totalmente assente dai media e dai dibattiti promossi dal settore del risparmio gestito. Eloquente in questo senso è stata l’appena conclusa edizione del Salone del Risparmio, la fiera degli operatori del settore promossa da Assogestioni, dove in tre giorni di conferenze poco o niente è stato detto sulla principale vera novità che sta per coinvolgere il settore e i risparmiatori.

All’avvio di questo nuovo segmento di Borsa sono pronte a partire solo un ristretto numero di società di gestione indipendenti, mentre le grandi SGR e le banche, o tacciono o addirittura evocano nelle loro comunicazioni scenari quasi catastrofici per i risparmiatori derivanti dall’acquisto dei fondi attraverso il nuovo canale della Borsa.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza andando a vedere quali sono i principali punti che sono stati sollevati da chi si dichiara contrario a questo processo, per capire quanto c’è di fondato e magari instaurare un dibattito nel merito e non per partito preso.

Argomento 1: acquistare un fondo comune in Borsa è pericoloso perché non c’è sufficiente cultura finanziaria

I risparmiatori italiani sono effettivamente caratterizzati in media da una bassa educazione finanziaria, come testimoniano i più recenti studi sul tema. Ad oggi però, i diversi milioni di risparmiatori italiani, più o meno esperti di finanza che siano, possono facilmente acquistare tramite gli home banking o una qualsiasi piattaforma di trading online, azioni, obbligazioni o ETF (per non parlare di prodotti ad altissimo rischio come le opzioni binarie o i certificati a leva). Viene quindi molto difficile capire perché un fondo comune di investimento, uno strumento diversificato, sotto il controllo di Consob e Banca d’Italia e gestito quotidianamente da professionisti, sia più rischioso per un risparmiatore rispetto a un singolo titolo azionario o a un ETF.

Argomento 2: un fondo comune funziona meglio se accompagnato ad un’attività di consulenza

Il grande spauracchio per il settore è legato al fatto che la diffusione del nuovo canale di negoziazione, forte dei costi inferiori e della facilità di utilizzo, possa cannibalizzare l’attuale modello distributivo, ed ecco spiegata la corsa a rivendicare il ruolo indispensabile della consulenza. Non si vede, o non si vuole vedere, il fatto che la negoziazione dei fondi in Borsa non mette assolutamente in discussione il valore di un’attività di consulenza, ma anzi esalta un servizio di consulenza di qualità. I risparmiatori che hanno bisogno di un supporto nelle proprie scelte di investimento continueranno a farne richiesta e a pagare volentieri per il servizio, mentre quelli che sanno muoversi meglio nel mondo degli investimenti potranno risparmiare sui costi rinunciando a un servizio di cui non sentono di avere bisogno; questi investitori sono una minoranza ma in crescita, come testimonia lo sviluppo del mercato degli ETF. Il travaso di clienti che scelgono di non fruire più di un servizio di consulenza di cui sono soddisfatti per orientarsi verso il fai da te sarà presumibilmente marginale. L’abbattimento dei costi e l’omogeneità d’accesso rispetto ad altri strumenti potrebbe invece attirare una fetta di nuovi investitori oggi poco interessati ai fondi comuni.

Argomento 3: acquistare un fondo in Borsa è sconsigliabile perché il prezzo di acquisto si scopre solo il giorno dopo

Ah… pensa. Una differenza nella compravendita dei fondi comuni in Borsa rispetto agli altri titoli scambiati è il fatto che gli ordini vengono fatti solo sulla quantità, mentre il prezzo di acquisto viene pubblicato in un secondo momento. Questa è però una caratteristica condivisa dai fondi comuni a prescindere dal canale attraverso cui sono acquistati, ed è una modalità familiare ai quasi sei milioni di sottoscrittori italiani di fondi comuni. Anzi, a voler ben guardare, il rovescio della medaglia del venire a conoscenza il giorno successivo del prezzo di acquisto è che non c’è scostamento nei prezzi di vendita e acquisto, fornendo quindi maggiore trasparenza.

 

L’impressione purtroppo continua a essere quella di una levata di scudi generalizzata (salvo poche eccezioni) degli operatori del settore per mantenere uno status quo di comodo. Recentemente intervistato dal Corriere della Sera, Alberto Foà, presidente di AcomeA diceva: “Gli investitori devono essere agguerriti, far valere le proprie ragioni. Il nuovo mercato permette di scardinare le regole del gioco, spezzando molti conflitti di interesse”.

Insomma, se la neonata quotazione dei fondi in Borsa trova una freddissima accoglienza da parte degli operatori del settore, c’è da sperare che risvegli gli animi di chi ne beneficia maggiormente, i risparmiatori. 

Pubblicato il 31 marzo 2015 da Lorenzo Saggiorato staff