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Dobbiamo davvero preoccuparci della montagna di debito pubblico?

Per far fronte agli impatti economici della pandemia COVID-19 è stato reso necessario un intervento statale di vasta portata nell'economia che provocherà l'impennata dei debiti pubblici. Il consueto allarmismo sul debito pubblico ha ancora ragione d’esistere?

di Piero Cingari - 8 Maggio 2020 - 4'

Dopo la crisi del 2010 e durante la recessione che ne è seguita, l’austerità e la riduzione del disavanzo pubblico sono state al centro delle risposte dei responsabili politici. Da qui l’idea, cavalcata soprattutto in Europa, che i paesi avrebbero dovuto rispettare il rigore fiscale e che la politica monetaria da sola avrebbe potuto garantire la ripresa. Risultato? La recessione è stata più lunga in Europa, e alcuni paesi, tra cui l’Italia non sono riusciti del tutto a recuperare quanto perso nel 2009.

Oggi, quasi da un giorno all’altro, la risposta globale alla crisi sembra diversa rispetto al passato. Per far fronte agli impatti economici della pandemia COVID-19 il grande compito di prevenire un disastro economico spetta inevitabilmente anche alle autorità fiscali.

Poiché molte persone hanno perso il lavoro e la fiducia, sarà necessario che le autorità pubbliche supportino i redditi delle famiglie al fine di integrare la perdita dei consumi e degli investimenti privati. Tuttavia, l’altra faccia della medaglia del necessario intervento statale nell’economia è l’impennata dei disavanzi e dei debiti pubblici dei paesi.

Prima della pandemia di Covid-19, il debito pubblico italiano era pari al 135% del Pil. Secondo le stime del FMI e di altri economisti, a fine anno il nostro debito pubblico potrebbe raggiungere il 155 o addirittura il 160% del Pil.

Ma l’Italia non è più un caso a parte. Per Francia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito sono previsti per la fine dell’anno livelli di debito pubblico superiori al 100% del Pil.

Nelle economie avanzate, il FMI prevede che i rapporti debito/PIL medi saranno superiori al 120% nel 2021.

Sono numeri impressionanti, per alcuni persino scoraggianti, che hanno riacceso le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Ecco perché vale la pena rispondere ad alcune domande a questo riguardo.

Chi acquisterà i titoli di stato italiani d’ora in avanti?

Tali preoccupazioni sono per il momento tenute a bada dai massicci acquisti di titoli stato da parte della Banca centrale europea attraverso le sue operazioni di “allentamento quantitativo” (QE). Infatti, fintanto che il debito pubblico rimane nel portafoglio della BCE, i rischi di rollover sono di conseguenza ridotti.

Nel 2020, è probabile che la BCE aumenti le sue disponibilità di titoli del governo italiano di 170 miliardi di euro, oltre il 10% del PIL, coprendo i fabbisogni di finanziamento dello stato.

Ma il debito pubblico italiano è allora sostenibile?

La sostenibilità di un debito pubblico non dipende soltanto dallo stock di debito, ma anche, e soprattutto, dalla capacità di quel paese di generare reddito e entrate, e dal livello dei tassi di interesse. Paesi come il Giappone, che hanno un debito pubblico oltre il 250% del Pil non hanno mai avuto problemi di sostenibilità.

Cosa accade per l’Italia e come cambia la situazione adesso? Negli ultimi anni con tassi di interesse così bassi, la quantità di debito pubblico che i paesi possono sopportare è più alta di quanto si pensasse in precedenza.

Finché i tassi di interesse rimarranno molto bassi e le banche centrali forniranno il loro supporto, questa combinazione consentirà ai paesi di poter sostenere un debito pubblico maggiore.  

Che ne è dei rischi di inflazione?

La paura sull’inflazione è la cugina stretta della paura sul debito. Dovremmo resistere a entrambe le paure. Quando la banca centrale acquista il debito lo fa creando denaro. In circostanze normali ci si potrebbe preoccupare che tutto ciò causi inflazione. Ma dato che, almeno nel breve periodo, la recessione che dovremmo affrontare presenta dei fattori che frenano l’inflazione, (si parla addirittura di come combattere la deflazione), potrebbe valere la pena correre il rischio del finanziamento dei deficit da parte della banca centrale.

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