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Quanto costa uscire dall’euro secondo Paolo Manasse

Italy Euro Crisi Italexit

Come potrebbe manifestarsi un'uscita dell'Italia dall'euro? E quali possono essere le conseguenze per l'economia? Ci risponde il professore di macroeconomia Paolo Manasse.

di Elisabetta Villa - 7 novembre 2018 - 6'

Quali possono essere le conseguenze di un’uscita dall’euro da parte dell’Italia?

A questa domanda ha risposto Paolo Manasse, Professore di macroeconomia e di politica economica all’Università di Bologna, in un capitolo del libro di Carlo Stagnaro, “Cosa succede se usciamo dall’euro?

Nel contributo di Manasse si sottolinea in primo luogo il ruolo rivestito oggi dall’euro nell’economia e negli scambi internazionali. L’euro è la seconda valuta di riserva delle banche centrali del mondo e rappresenta anche la seconda valuta più utilizzata nel commercio internazionale. Questo conferisce valore alla moneta, un po’ come avviene con l’utilizzo del telefono: più si utilizza nel mondo maggiore è la sua utilità.

Ma perché siamo entrati nell’euro?

All’inizio degli anni ’90, le nazioni europee si sono trovate davanti ad un bivio: sacrificare la propria sovranità monetaria oppure la libertà di circolazione di capitali, ostacolata dalle continue “svalutazioni competitive”.

Si optò per la prima scelta che avrebbe portato l’attuazione di una politica monetaria comune scongiurando i rischi valutari e inflazionistici. Per l’Italia, che in passato aveva spesso fatto ricorso allarma della svalutazione competitiva della lira, questa fu una grande novità.

Senza entrare nell’euro l’economia sarebbe cresciuta di più?

Tanti italiani si domandano cosa sarebbe successo se l’Italia non avesse mai adottato l’euro. Paolo Manasse insieme a Tommaso Nannicini e Alessandro Saia, hanno tentato di replicare l’andamento dell’economia italiana se questa avesse continuato ad avere la lira. Per farlo, come si vede dal grafico in basso, si utilizza un indice sintetico composto che traccia la crescita dei Paesi fuori dall’ euro. Da questo studio, non si evidenziano sostanziali differenzi tra i due sentieri di crescita che l’economia italiana avrebbe imboccato con o senza l’adozione dell’euro.

Crescita Pil italiano con e senza euro

In pratica, quello che il professor Manasse vuole far comprendere è che le performance dell’economia italiana dipendono soprattutto da altri fattori quali la bassa produttività e innovazione tecnologica, la corruzione, la governance delle banche e l’inefficienza della pubblica amministrazione.

Come potrebbe avvenire l’uscita dall’euro da parte dell’Italia

I pochi precedenti storici sulla rottura di aree monetarie, tra l’altro difficilmente comparabili, non rendono certamente agile il compito di stimare le conseguenze di un’ Italexit. Così come avviene oggi per il Regno Unito, con la Brexit, è possibile immaginare due scenari: un’uscita ordinata, o soft Italexit, e un’uscita disordinata o hard Italexit.

Secondo Manasse, le possibilità di riuscita della prima opzione sono molto esigue. Una soft Italexit, prevedrebbe un’uscita “negoziata” tra l’Italia e l’UE volta alla modifica dei Trattati. Questa strada però richiederebbe tempi molto lunghi e rischierebbe facilmente di sfociare nello scenario hard.

Ecco quale sarebbe la sequenza di eventi che secondo il professor Manasse potrebbe portare l’Italia ad uscire dall’euro.

  1. La miccia verrebbe accesa da un esecutivo, che propone di finanziare in deficit il proprio programma di governo.
  2. Contravvenendo in questo modo alle regole di Maastricht, la Commissione Europea aprirebbe una procedura di infrazione contro l’Italia.
  3. Nel frattempo, le agenzie di rating declasserebbero il debito pubblico italiano aumentando la tensione sullo spread e sulle banche. L’incertezza che ruota attorno al Paese, scoraggerebbe gli investitori nazionali e internazionali a rinnovare i titoli di Stato in scadenza.
  4. Le banche soffrirebbero una crisi di liquidità, determinata dai prelievi allo sportello e dall’impossibilità di ottenere denaro dalla Bce in cambio di titoli declassati al livello “spazzatura”.
  5. Per lo Stato l’unica strada percorribile per evitare il default rimarrebbe quella di chiedere aiuto alla Troika (FMI, Bce e Commissione Europea). Così come accaduto in Grecia, la Troika imporrebbe all’Italia i suoi “diktat” e cioè programmi di austerità volti a ristabilire la fiducia nel Paese.
  6. Il governo con le spalle al muro potrebbe decidere di uscire unilateralmente dall’euro ridenominando il debito e i depositi bancari in una nuova valuta nazionale. Si introdurrebbero controlli sui movimenti di capitale e chiusure temporanee delle banche.

Cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’euro?

Il professore Manasse non ha dubbi a riguardo: i benefici sarebbero molto bassi e i costi molto alti.

Nel breve periodo, la “nuova lira” verrebbe svalutata del 20-30% nei confronti dell’euro, per ridurre il divario di competitività e stimolare l’export. La svalutazione porterebbe gli altri partner europei ad adottare ritorsioni commerciali, come l’imposizione di dazi sulle merci italiane. Il rovescio della medaglia vedrebbe i prezzi dei prodotti importati aumentare del 20-30% generando una crescita dell’inflazione nell’economia.

La ridenominazione forzosa del debito pubblico in una nuova moneta è assimilata nei contratti come un evento di default parziale. Questo farebbe perdere all’Italia la possibilità di chiedere nuovi prestiti sui mercati finanziari.

Inoltre, una minoranza di creditori potrebbe appellarsi alla ridenominazione (attivando le CAC – clausole di azione collettiva) costringendo l’Italia a rimborsare il 25% dei suoi impegni in euro.

I debiti delle aziende rimarrebbero comunque in valuta originale, euro o dollari, e pertanto aumenterebbe a causa della svalutazione.

Concludendo, quindi, secondo l’economista Manasse, l’uscita dall’euro da parte dell’Italia causerebbe a tutti gli effetti una “crisi gemella”, cioè crisi valutaria e bancaria. Storicamente, quando questa si è verificata, il prodotto interno lordo si è ridotto di circa il 10%.

Conti alla mano, si tratterebbe di un costo complessivo per l’Italia della cifra di, udite udite, 170 miliardi di euro.

 

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