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La doppia faccia del protezionismo

Il protezionismo è un tema scottante che è tornato prepotentemente alla ribalta dopo l’elezione del 9 novembre scorso del 45° Presidente degli Stati Uniti. Il possibile cambio di rotta degli USA nel commercio internazionale sarà, da qui in avanti, una delle partite più importanti per il neo-eletto Presidente, con rilevanti conseguenze sul piano economico, sociale e dei rapporti diplomatici. Prima di tirarne grossolane conclusioni, è opportuno analizzare i pro e i contro che possono nascere dall'attuazione di politiche protezionistiche.
 
E’ stato ampiamente dimostrato che la liberalizzazione commerciale conduce ad un aumento di benessere di una nazione (Ricardo, Samuelson, Krugman). Non è un caso se l’obiettivo primario del WTO (World Trade Organization) è proprio la progressiva liberalizzazione del commercio mondiale, da raggiungere attraverso la negoziazione di accordi commerciali tra i governi dei Paesi membri. Come sempre accade in economia, all'interno di questo processo, non tutti gli attori ne escono da vincitori. L’apertura al commercio internazionale offre vantaggi sia alle aziende orientate all'export, che trovano nel mercato estero uno sbocco per i loro prodotti e servizi, sia per i consumatori finali che, possono avere accesso ad una gamma di beni e servizi più ampia e a prezzi ridotti grazie all'aumento della concorrenza.
Ultimo vantaggio dell'intensificazione del commercio internazionale è favorire la pace; una forte relazione economica e tutti i benefici che porta con sé, è un  forte stabilizzatore delle relazioni tra Paesi.
 
 

Ma, allora perché si mettono ancora in dubbio i benefici del libero commercio?

 
L’altra faccia della medaglia vede i produttori locali che da anni subiscono gli effetti della competizione delle aziende stranieri. Per molti l'incapacità di tenere il passo con il calo dei prezzi derivante dalla maggior competizione, porta ad un calo della produzione che può arrivare in casi estremi alla chiusura delle attività commerciali meno produttive. Con conseguenze negative in termini di perdita di posti di lavoro. E sono queste argomentazioni che si è appellato Trump in campagna elettorale, forse per riuscire a far parlare di sè i giornali troppo concentrati sulla Clinton (le cui risorse in termini di spesa pubblicitaria erano decisamente superiori). 
 
La tesi spicciola di chi difende il protezionismo sostiene che in un sistema protezionista, con l'applicazione di dazi doganali sui prodotti importati dall'estero, l’industria nazionale acquisirebbe una maggiore protezione e si ridurrebbero le tensioni occupazionali nei settori che maggiormente risentirebbero della pressione competitiva. 
 
Questa opinione però dimentica quali sarebbero gli effetti sui prezzi dei prodotti che, invece, subirebbero un sostanziale aumento a causa della minore competizione sui mercati. Infatti, nel caso di introduzione di politiche protezionistiche, se a trarne vantaggio sarebbero le aziende e i lavoratori dei settori più esposti all'effetto del libero commercio, ad uscirne svantaggiati sarebbero sia i consumatori finali, poiché avrebbero a disposizione una minore quantità e varietà di prodotti a prezzi più alti rispetto a prima, che le aziende esportatrici, in quanto soffrirebbero l’uscita dagli accordi commerciali. 
 
Il protezionismo non è una novità negli Stati Uniti. All'indomani della Grande Crisi del 1929, erano state elevate delle barriere protezionistiche molto alte, proprio allo scopo di difendere lavoro e produzione nazionale. Fare leva sulle pressioni protezionistiche e sullo strappo con i principali partner commerciali mondiali, è stato il tema della campagna elettorale di Donald Trump con lo scopo di ottenere consenso negli Stati che hanno maggiormente sofferto i nuovi scenari competitivi.
 
«Quando sarò eletto presidente farò uscire gli Stati Uniti dalla World Trade Organization se sarà bloccato il mio piano per tassare le aziende americane che importano».Cit. Donald Trump.
 

Altri rischi del protezionismo

 
Uno dei maggiori rischi dall'uscita del WTO è connesso alla perdita del trattamento di nazione favorita* che comprometterà i rapporti con 163 paesi mondiali rischiando di innescare una guerra commerciale con dazi innalzati a catena.
 
Gli effetti sarebbero disastrosi per le aziende americane che esportano i loro prodotti all’estero. Lo sarebbero anche per la classe media americana in quanto invevitabile aumento dei prezzi peserebbe notevolmente sui bilanci delle famiglie e in ultima analisi sui consumi aggregati.
 

Qual è allora la giusta strada da percorrere?

 
Il protezionismo ha una doppia faccia e come il libero commercio crea vincitori e vinti all'interno della stessa nazione. Gli economisti delle Università statunitensi si sono schierati in massa contro l’eventuale adozione del protezionismo affermando che non è la giusta medicina per compensare gli squilibri distributivi provocati dal libero commercio. Non è un caso se dalla nascita del WTO, il Pil e l’output dei paesi partecipanti hanno vissuto una fase di crescita senza precedenti, lasciandosi alle spalle i fantasmi del protezionismo.
 
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*Trattamento della nazione più favorita: Gli Stati contraenti si impegnano a concedersi reciprocamente il trattamento più favorevole che abbiano concesso o eventualmente concederanno in futuro a uno o più Stati, in una determinata materia (ad es. commercio, navigazione, circolazione delle persone, ecc.).
Pubblicato il 21 novembre 2016 da Elisabetta Villa staff