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Ecotassa e “Carbon Tax”: chi le utilizza nel mondo?

Quando si parla di tasse sull'inquinamento le regole non sono uguali per tutti e molti paesi, ancora oggi, non hanno adottato alcuna misura per combattere le emissioni di CO2. Come si può evitare la catastrofe?

di Piero Cingari - 12 Dicembre 2018 - 4'

Di questi tempi si sente sempre più parlare di tasse sulle emissioni di CO2, come l’Ecotassa e la Carbon Tax.

Diamo due brevi definizioni per capirne di più.

L’ecotassa è un tributo che grava su determinati prodotti e servizi, come le auto inquinanti o il deposito di rifiuti inquinanti. La Carbon Tax è invece una tassa applicata ai produttori che utilizzano risorse energetiche (carbone, petrolio e gas naturale) che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera.

Come sostiene William Nordhaus, economista ambientale e vincitore del Premio Nobel per l’Economia 2018, fissare dei costi economici per le esternalità negative da inquinamento ha tre obiettivi di fondo:

  1. inviare segnali ai consumatori su quali beni e servizi presentano un maggior impatto ambientale.
  2.  spostare l’onere per il danno delle emissioni a chi ne è responsabile e può evitarlo.
  3. promuovere la ricerca e lo sviluppo per trovare alternative energetiche nuove e più sostenibili.

Ma quali sono i paesi che hanno già implementato misure di questo tipo?

Questa mappa del mondo, tratta dal sito della Banca Mondiale, mostra i paesi che hanno già introdotto (o pianificato) una “Carbon Tax” o sistemi “ETS” sul controllo e scambio delle quote di emissione.

I Paesi in viola sono quelli in cui è prevista una Carbon Tax; quelli in verde un sistema ETS; quelli in giallo sono quelli che hanno condotto progetti pilota su una delle due iniziative.

Stando ai dati aggiornati a Settembre 2018, sono 53 le iniziative globali che prevedono uno schema di “carbon pricing”. Nel 2018 queste misure hanno coperto soltanto il 19,8% delle emissioni annue di CO2 in tutto il mondo. Detto in altri termini, circa l’80% delle emissioni di CO2 globali non prevede alcun tipo di regolamentazione.

Fonte: Banca Mondiale

Fonte: Banca Mondiale

Risalta subito all’occhio infatti l’assenza in questo “club” di paesi come l’India, il terzo maggior produttore di CO2, e gli Stati Uniti che non hanno mai firmato l’Accordo sul Clima di Parigi.

Il fatto che non ci sia ancora oggi una regolamentazione globale sulle emissioni inquinanti, con le stesse regole da Los Angeles a Tokyo, causa comportamenti da “free-ride”.

In sostanza, i paesi che non hanno implementato misure economiche sull’inquinamento atmosferico, oltre ad attrarre pericolosi fenomeni di delocalizzazione industriale, rischiano di rendere vani gli sforzi dei paesi che lo hanno fatto.

Per risolvere questo dilemma, il Premio Nobel Nordhaus suggerisce di adottare un “Club Climatico Globale“. Una massa critica di paesi parteciperebbe accettando un prezzo internazionale sulle emissioni di CO2.  I paesi che si rifiutano di aderire  verrebbero puniti attraverso sanzioni commerciali. 

Così se un paese si comporta da free-rider, i suoi prodotti esportati verrebbero penalizzati dai dazi applicati dai paesi virtuosi. Un’idea sicuramente diversa rispetto a quella adottata oggi da Stati Uniti e Cina, che dipende esclusivamente da ragioni politiche ed economiche.

Al di là dei vari tecnicismi, molti economisti e accademici si chiedono se l’idea di Nordhaus possa essere davvero realizzata e se abbia le capacità per evitare una catastrofe ambientale.

 

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