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I numeri della fuga dei capitali nel 2014

Non è bastata la liquidità della BCE e nemmeno le riforme annunciate. I molti trimestri di contrazione del prodotto interno lordo italiano si sono accompagnati a un crescente allontanamento dei capitali dall’economia reale, rendendo sempre più difficili le possibilità di ripresa.

di Luigi Ripamonti - 9 Gennaio 2015 - 4'

Non è bastata la liquidità della BCE e nemmeno le riforme annunciate. I molti trimestri di contrazione del prodotto interno lordo italiano si sono accompagnati a un crescente allontanamento dei capitali dall’economia reale, rendendo sempre più difficili le possibilità di ripresa.

Per crescere e mantenere e creare occupazione, un paese ha bisogno di capitali da investire. Oggi i principali canali da cui tali capitali provengono sono in forte contrazione tanto che un recente articolo su Milano Finanza riporta che nel 2014 i capitali che non hanno raggiunto l’economia reale domestica sono stati oltre 200 miliardi di euro.

La capacità del bilancio pubblico di sostenere l’economia tramite la spesa è estremamente risicata. L’Italia si trova in una situazione di avanzo primario, ossia con una differenza positiva tra entrate tributarie e spesa pubblica. Tuttavia il bilancio corrente diventa negativo quando si considera anche la spesa per interessi sul debito pubblico. A servizio del debito, sono stati spesi nel 2014 76,7 miliardi di euro, pari al 17,7% degli introiti fiscali. Lo stato di grazia che regna sul mercato dei titoli di Stato concede ai paesi un costo del debito ai minimi storici ma non per questo rende più sostenibile la spesa per interessi, considerata l’enorme mole del debito pubblico italiano.

Anche dal fronte bancario si sono ridotte sempre più le risorse che raggiungono l’economia. All’indomani dello scoppio della crisi del debito, la BCE ha concesso prestiti agevolati al sistema bancario, di cui gli istituti hanno beneficiato massicciamente. Tale liquidità è però servita ad acquistare titoli del debito pubblico, che garantivano allora tassi estremamente interessanti, e non si è tradotta invece in nuovi crediti, che sono anzi crollati. Anche oggi, che il sistema bancario non ha più quel bisogno di liquidità, gli istituiti preferiscono aumentare l’attività di collocazione di prodotti di risparmi gestito, da cui guadagnano commissioni, piuttosto che riprendere l’attività creditizia. I numeri dello scorso anno sono decisamente paradigmatici di questa situazione. Se i depositi dei privati hanno visto una contrazione, ancora di più si sono ridotti i crediti all’economia. La differenza tra i depositi della clientela domestica e i prestiti all’economia privata è arrivata a 155 miliardi di euro.

Se la raccolta bancaria è diminuita, non si può dire altrettanto per il settore del risparmio gestito. I fondi comuni di investimento hanno registrato nel 2014 una raccolta di quasi 120 miliardi. Difficile stabilire con esattezza come siano impiegati questi capitali, ma la diffusione dei fondi a cedola e la composizione dei sottoscrittori del debito pubblico italiano, suggeriscono che vanno ad acquistare in buona parte proprio obbligazioni governative. Milano Finanza riporta anche un forte aumento del risparmio che viene investito all’estero, contribuendo ad aumentare la mole dei capitali che non raggiunge il tessuto produttivo italiano.

Lo Stato drena risorse dall’economia reale per ripagare gli interessi sul debito. Dall’altro lato abbiamo gli istituti bancari che riducono al minimo l’attività creditizia preferendo guadagni (forse minori ma sicuri) su commissioni di collocamento e consulenza, e i mercati finanziari che continuano a mostrare una preferenza per i titoli governativi. Nella gestione dei risparmi emerge l’esigenza di rifuggire il rischio. Affidando i propri soldi a uno stato europeo, con i tassi a questi livelli, un risparmiatore accetta un rendimento quasi nullo, se non negativo, in cambio di sicurezza. La fuga dal rischio ad ogni costo rappresenta un forte freno alla ripresa italiana sotto diversi aspetti. Il risparmiatore che, autonomamente o attraverso fondi, ricerca la sicurezza percepita nei titoli di Stato europei oggi paga un prezzo e rinuncia a un rendimento potenziale. L’economia reale, principale vittima, vede un inasprimento delle condizioni di finanziamento e rimane ostaggio del sistema bancario. L’unico vincitore risulta essere lo Stato, che si finanzia a tassi minimi.

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