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Il debito pubblico italiano è sostenibile?

Spread e tassi di interesse non fanno più paura. Un osservatore distratto potrebbe quindi ritenere che il debito pubblico italiano non rappresenti più un problema. Tuttavia non è per niente così. Detto questo, non serve a nulla essere distruttivi o lamentarsi in maniera acritica, ma è importante invece cogliere l’opportunità offerta da questa finestra di tranquillità sui mercati finanziari per valutare come affrontare la situazione.

di Elisabetta Villa - 24 Giugno 2014 - 6'

Spread e tassi di interesse non fanno più paura. Un osservatore distratto potrebbe quindi ritenere che il debito pubblico italiano non rappresenti più un problema. Tuttavia non è per niente così. Detto questo, non serve a nulla essere distruttivi o lamentarsi in maniera acritica, ma è importante invece cogliere l’opportunità offerta da questa finestra di tranquillità sui mercati finanziari per valutare come affrontare la situazione.

Da un po’ di anni a questa parte ci siamo abituati a sentire parlare di tassi di interesse e di titoli di Stato. Parole nuove, prima fra tutte “spread”, sono entrate prepotentemente nel lessico quotidiano, dominando i notiziari e anche le conversazioni più comuni. Questo interesse collettivo per lo stato di salute delle finanze pubbliche sembra oggi rientrato e potrebbe aver avuto come unico lascito quello di aver aumentato il numero di italiani che hanno almeno una vaga idea di cosa sia un tasso di interesse e cosa lo spread. A confermare questa impressione osserviamo i dati nel grafico che riportano l’andamento delle ricerche legate ai termini “debito pubblico” e “debito italiano”.

Guardando al grafico, che rappresenta un ottimo indicatore dell’interesse del pubblico sul tema, si può ritenere che il debito pubblico non faccia più paura agli italiani. Viene dunque da chiedersi in che modo lo stato di salute del debito pubblico sia migliorato e cosa abbia giustificato un così importante rientro dei timori che, nel novembre 2011, vedevano l’Italia sull’orlo del fallimento.

Per capire il nocciolo della questione è importante rinfrescare qualche nozione sul concetto di tasso di rendimento di un titolo di Stato e sul funzionamento dei mercati finanziari. I titoli di Stato sono un’obbligazione, cioè un titolo che rappresenta l’impegno dell’emittente (lo Stato in questo caso), a pagare periodicamente un flusso di denaro detto cedola e restituire ad una scadenza prestabilita la somma ricevuta in prestito. A seconda che il tasso di rendimento richiesto dal mercato per quell’emittente su una data scadenza sia maggiore o minore della cedola, il prezzo di un’obbligazione sarà al di sopra o al di sotto del valore nominale, cioè del capitale che sarà rimborsato a scadenza. Il tasso di rendimento richiesto dal mercato dipenderà, in particolare, dalla valutazione riguardo alla rischiosità dell’emittente, quindi dalla sua capacità di onorare puntualmente gli impegni di pagamento delle cedole e di restituzione a scadenza del capitale.

Confrontiamo adesso l’intensità delle ricerche degli utenti su Google del termine debito pubblico con l’andamento dei tassi di interesse sul debito. Le due dimensioni seguono una dinamica molto simile: sono stabili nel periodo precedente la crisi dello spread (quando il tasso di rendimento richiesto dal mercato per acquistare BTp era di poco inferiore al 5%), e si impennano successivamente per raggiungere entrambe i massimi nel novembre 2011, con il tasso sui titoli decennali che supera il 7%.

Dal 2012 vediamo come si riduce sensibilmente il volume di ricerche legate al debito pubblico e contestualmente diminuisce il tasso di rendimento dei titoli italiani, che si porta su livelli parecchio inferiori a quelli che si osservavano prima della crisi. In altre parole, gli investitori sono quindi disposti ad accettare rendimenti sempre più bassi, e quindi a pagare prezzi sempre più alti, per acquistare titoli di Stato italiani.

Questa situazione appare estremamente positiva per l’Italia che può finanziarsi a costi sempre più contenuti. Tuttavia rimane insoluta una questione: cosa portava alla fine del 2011 gli investitori a chiedere tassi quasi da paesi emergenti per comprare titoli di Stato italiani e gli utenti di internet a ricercare con frenesia informazioni sullo stato del debito pubblico che oggi sembra sia venuto meno? Alcuni citeranno la rinnovata stabilità politica e credibilità internazionale, altri il sentiero delle riforme intrapreso, o ancora l’azione della Banca Centrale Europea. Rimane però un dato di fatto: il debito pubblico italiano è sempre più imponente. Nel 2011 ammontava a circa il 120% del Prodotto interno lordo e negli anni successivi è cresciuto in modo significativo raggiungendo il 133% nel 2013, e le previsioni lo danno al 135% del PIL alla fine del 2014. Inoltre, le risorse generate dalle tante manovre di politica fiscale restrittive varate in questi anni con l’obiettivo di mantenere l’Italia in avanzo primario, ossia con delle entrate statali maggiori delle uscite, sono state assorbite proprio dalla spesa per interessi sul debito, che nel 2013 è stata di 82 miliardi di euro.

Appare evidente che il problema del debito pubblico italiano sia tutt’altro che risolto. Forse però questo è proprio il momento migliore per parlarne, quando i media si sono dimenticati della sua esistenza e i mercati sono disposti ad acquistare titoli del debito accettando tassi di rendimento che non sono mai stati così bassi. In quest’ottica, AcomeA ha organizzato giovedì 26 giugno alle ore 18 un dibattito dal titolo “La sostenibilità del debito pubblico”, in cui ha invitato accademici ed esperti per confrontarsi sul tema e capire quali sono le vie percorribili per il nostro Paese. I video e il materiale dell’incontro sono liberamente disponibili.

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