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LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL: BREXIT E LE POSSIBILI PROSPETTIVE PER IL NOSTRO PAESE

La Brexit ha aperto il vaso di Pandora confermando i pericolosi presagi della sua vigilia. Come conseguenza, l’alta volatilità sui mercati finanziari non si è di certo fatta attendere.

di Luigi Ripamonti - 1 Luglio 2016 - 5'

La Brexit ha aperto il vaso di Pandora confermando i pericolosi presagi della sua vigilia.  Come conseguenza, l’alta volatilità sui mercati finanziari non si è di certo fatta attendere. All’indomani del referendum britannico, abbiamo assistito al tonfo dei listini in tutte le piazze del Vecchio Continente. Tra queste, Milano ha registrato il venerdì più nero della storia della Borsa italiana. Poi, la settimana si è aperta con il rimbalzo (e cioè con la ripresa) dei mercati.

Complice è stata la conferma di un piano di intervento sovranazionale a sostegno degli istituti di credito, in deroga alla normativa europea sugli aiuti di Stato poichè configurabile tra le “circostanze eccezionali”.La sensazione è che in questo clima d’instabilità politico-economica, ogni battito d’ali dall’esterno possa generare un tornado sui mercati finanziari.

Come si può facilmente evincere da queste reazioni, tutti si auspicano che le trattative sull’uscita e sulla messa a punto degli accordi tra Europa e Gran Bretagna possano concludersi nel più breve tempo possibile. Lo scopo è di favorire la stabilità e sradicare le radici della speculazione finanziaria.Ma oltre alle tempistiche, il vero rebus riguarda le modalità con le quali possono essere effettivamente definiti gli accordi commerciali con la Gran Bretagna.

Da un lato l’ipotesi della “linea morbida” che prevede l’adozione di uno Spazio economico europeo senza barriere, sul modello di quello già adoperato da Norvegia, Islanda e Lichtenstein (i paesi membri dell’Associazione europea di libero scambio-EFTA),  renderebbe meno dolorosa in termini economici l’uscita della Gran Bretagna dall’UE.

Dall’altro c’è invece chi chiede a gran voce l’utilizzo del pugno di ferro da parte dell’UE durante i negoziati al fine di scoraggiare l’effetto domino e preferendo così una maggiore stabilità politica rispetto ai vantaggi economici. In tale ipotesi, già adottata con la Turchia, si applicherebbero le clausole della nazione più favorita previste dall’Organizzazione mondiale per il commercio, ristabilendo così le tariffe doganali tra l’Unione Europea ed il Regno Unito.

Che cosa rischia il nostro paese?

Oggi l’Italia esporta verso il Regno Unito il 6 per cento del proprio export, pari a circa 22,4 miliardi di euro. Pertanto, rischia di subire contraccolpi negativi dalla minore crescita inglese e dalla svalutazione della sterlina che si tradurrebbero in minor potere d’acquisto per i residenti britannici.Nella peggiore delle ipotesi, l’Italia potrebbe registrare un calo delle esportazioni fino a un valore massimo di circa 3 miliardi di euro.

A farne maggiormente le spese sarebbero le imprese esportatrici che operano nei settori dell’alimentare/bevande (vino in primis), dei mobili, del tessile-abbigliamento, delle calzature e delle auto.

Sul fronte del turismo, il Regno Unito è il quarto mercato italiano per provenienza, con 3,1 milioni di arrivi e 11,9 milioni di presenze nel 2014. In Italia, i turisti d’Oltremanica sono i più “spendaccioni” tra quelli comunitari, con una spesa giornaliera pro-capite di circa 123 euro che rischia di indebolirsi a causa delle conseguenze della Brexit.

Quali sono le possibili opportunità?

Dinanzi a questi scossoni non indifferenti, da Brexit potrebbero nascere nuove prospettive ed opportunità per il nostro paese.Su più fronti si intravede infatti la possibilità di trasformare questa fase complicata e di incertezza persistente in una grande occasione da cogliere.

Innanzitutto, l’uscita della Gran Bretagna potrebbe accrescere il peso dell’Italia negli scacchieri continentali. E’ auspicabile che dal referendum inglese si avvierà un processo di riflessione su alcune norme relative alle politiche di bilancio europee, conferendo maggiore flessibilità e garantendo migliori prospettive di crescita e occupazione.

Inoltre, in Europa si fa a gara per cercare di accaparrarsi una parte del “grande jackpot” lasciato da Londra, che da oggi rischia di perdere lo status di Capitale finanziaria europea.

Stiamo parlando del massiccio esodo dei colossi del credito (JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley, HSBC) e dei lavoratori qualificati dalla City verso lidi più tranquilli (Milano, Parigi, Francoforte).

Il gruppo PwC ha fatto una stima molto preoccupante. Entro il 2020l’evento Brexit potrebbe costare dai 70.000 ai 100.000 posti di lavoro nel settore dei servizi finanziari nel Regno Unito con considerevoli ricadute nel mercato immobiliare londinese. Non è un caso che Londra (con la City in particolare) sia stata una delle principali roccaforti del Remain al referendum.

Oltre alla diaspora delle imprese finanziarie, tra gli addetti ai lavori si sta prendendo fortemente in considerazione l’idea di candidare Milano come futura dimora dell’EBA (l’autorità bancaria europea), in trasloco dall’attuale sede di Londra.

Insomma, l’Europa sembra aver accusato un duro colpo e ci vorrà del tempo per curarne le ferite ma, Brexit rischia di colpire soprattutto l’industria finanziaria britannica. Sulle ceneri di Londra, alcune piazze finanziarie del Vecchio Continente potrebbero addirittura trarre dei vantaggi in termini economici e istituzionali spartendosi il bottino lasciato dalla City. La strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa, ma forse, è possibile intravedere un barlume di luce in fondo al tunnel.

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