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Le conclusioni che si traggono dagli esiti degli stress test

Settimana scorsa sono usciti gli esiti degli stress test. L'italia annovera tra le sue banche sia la migliore che la peggiore d'Europa.

di Luigi Ripamonti - 5 Agosto 2016 - 4'

La settimana scorsa sono stati divulgati gli esiti degli stress test condotti dall’Autorità bancaria europea. I risultati peggiori tra quelli delle 51 banche esaminate hanno riguardato Monte dei Paschi in Italia, Raiffeisen in Austria (la terza peggiore in Europa), Banco Popular in Spagna e due delle principali banche irlandesi. La cosa che forse i non addetti ai lavori non si aspettavano era che tra le 12 banche più deboli figurassero anche due colossi teutonici: Commerzbank e Deutsche bank.

Il test valuta la tenuta degli istituti di credito a fronte di diversi shock economici su diverse variabili, la più importante delle quali è il “Common Equity Tier 1 Ratio” (CET1). Questa variabile è data dall’ammontare complessivo di capitale che un banca deve detenere per poter fronteggiare scenari di instabilità economica. Nello specifico è calcolato misurando le attività della banca (come prestiti e investimenti) ponderate in base al loro livello di rischio.

Nel complesso, per quanto riguarda gli indicatori di solidità patrimoniale, il sistema bancario europeo si è rivelato più solido del 2014 e migliore di quanto si pensasse, con un CET1 ratio medio del 9,2%, tenendo conto che un valore di 10% indica la solidità della banca. «Il settore bancario oggi è più resistente e può assorbire meglio gli shock economici rispetto a due anni fa», ha dichiarato Daniele Nouy, che dirige la supervisione del settore presso la BCE. Il dato complessivo del sistema bancario italiano è però tra i peggiori, con un CET1 medio pari al 7,62%, con alla testa della classifica Banca Intesa (10,24%) che risulta la migliore d’Europa ed in coda MPS con un risultato addirittura negativo di – 2,23%, la peggiore in Europa. Anche Unicredit, nonostante abbia passato il test, risulta fra le peggiori: nello scenario avverso è al 7,10%, collocandosi al sesto peggior posto fra i 51 istituti. Guardando al Monte dei Paschi di Siena, dopo l’estenuante trattativa europea sfociata nella soluzione di mercato che esclude l’intervento pubblico, rivela appieno tutta la sua fragilità. Se l’obbligo è quello di fare ricorso ai capitali privati, viene subito da chiedersi chi se la sentirà di investire. Le ipotesi sul tavolo sono due: l’intervento del Fondo Atlante –che tuttavia non si capisce bene da dove potrebbe prendere i soldi – e la Cassa depositi e prestiti, che però essendo in parte proprietà del Ministero del Tesoro, potrebbe configurare un intervento pubblico.

Il fatto che l’Italia abbia una banca in cima alla graduatoria e una in fondo dimostra che la discriminante non sia il Paese, ma che invece si tratti di fragilità dei singoli istituti e non del sistema nel suo complesso. Sono le scelte gestionali e di management dei singoli istituti che hanno fatto la differenza. Alcune banche hanno agito preventivamente apportando cambiamenti interni al loro istituto: modificando il modello di business e riducendo i costi. Altre, che poi sono risultate le peggiori dagli esiti degli stress test, hanno postposto queste decisioni e hanno ignorato il problema.

Se facciamo un confronto con gli stress test dell’anno scorso; nel 2015 era prevista una soglia minima di capitale del 5,5% sotto la quale scattava la procedura prevista all’epoca dalla BCE in caso di bocciatura. Lo scopo principale degli stress test era quello di individuare i deficit di capitale, ora invece si tratta principalmente di individuare le vulnerabilità rimaste e di trovare delle soluzioni sostenibili. Prova di quanto appena detto è una frase pronunciata da Mario Draghi, Presidente della BCE, qualche settimana fa: «È tempo di affrontare il tema della vulnerabilità delle banche, non possiamo permetterci di non farlo». La principale sfida che devono fronteggiare le banche europee è data dalla bassa redditività – come già ricordato da Mario Draghi. Infatti si è creato un circolo vizioso in cui nonostante i tassi siano a zero o negativi, il costo del capitale rimane troppo elvato se messo a confrotno con il basso rendimento di motli istituti. Il risultato finale è che gli utili delle banche non sono suffcienti a generare risorse sufficienti da investire e ad erogare credito. Inoltre, la redditività delle banche non è favorita dall’atmosfera di incertezza e di crescita economica lenta che si vive in questo periodo. Servono cambiamenti legati alla gestione interna delle banche che portino al taglio di costi e alla creazione di sinergie per dare una spinta al sistema bacario europeo.

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