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Le mani sul Paese

“Multinazionali che ogni mese, per mezzo di un loro rappresentante, fanno il giro dei palazzi, sia al Senato che alla Camera, incontrano noi assistenti e ci consegnano dei soldi da dare ai rispettivi senatori o onorevoli. Per far sì che quando ci sono degli emendamenti da votare in commissione o in aula i senatori e gli onorevoli li votino a favore della categoria che paga". E le lobby del gioco? “Sì eccome se sono state favorite".

di Alessandro Leozappa - 25 Ottobre 2013 - 5'

“Multinazionali che ogni mese, per mezzo di un loro rappresentante, fanno il giro dei palazzi, sia al Senato che alla Camera, incontrano noi assistenti e ci consegnano dei soldi da dare ai rispettivi senatori o onorevoli. Per far sì che quando ci sono degli emendamenti da votare in commissione o in aula i senatori e gli onorevoli li votino a favore della categoria che paga“. E le lobby del gioco? “Sì eccome se sono state favorite”.

È quanto ha riportato alla trasmissione Le iene l’assistente di un senatore rimasto anonimo. Tali dichiarazioni, pur ancora in attesa di verifica da parte della magistratura, gettano l’ennesima ombra sul sistema politico italiano e purtroppo sono verosimili alla luce di quanto è accaduto negli ultimi anni nel settore del gioco d’azzardo in Italia, settore in cui il ruolo preponderante della politica è indiscutibile perché regolata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (AAMS), agenzia pubblica preposta al controllo dei monopoli su gioco d’azzardo e tabacchi.

Ci sono buone ragioni per sostenere la necessità di mantenere il gioco d’azzardo legale. In primo luogo il contenimento della criminalità organizzata, ma difficilmente si può ritenere che il proliferare di nuove forme di gioco negli ultimi quindici anni abbia risposto a questa esigenza. A che cosa ha portato la continua innovazione dei prodotti avvenuta negli ultimi quindici anni, a parte profitti enormi per le società coinvolte? L’ultimo esempio (e favore della politica ai concessionari autorizzati del gioco) è stato il maxi condono fiscale introdotto a copertura del pacchetto sull’abolizione dell’IMU sulla prima casa. Si è così concluso l’iter di una vicenda giudiziaria che ha portato a una sanzione di tutte e dieci le società autorizzate per un totale di 98 miliardi di euro, diventati poi 88, poi 2,5, e dopo il condono un quarto di questo importo, se sarà pagato subito. Nel mentre nove di queste società, a marzo di quest’anno, si sono viste rinnovata la concessione per altri nove anni.

In secondo luogo lo Stato potrebbe essere stato interessato a promuovere l’industria del gioco per soddisfare la necessità di fare cassa per i bilanci pubblici, ma (purtroppo o per fortuna) non è quanto ha ottenuto. Le entrate per l’erario provenienti dal gioco d’azzardo sono rimaste pressoché invariate negli ultimi dieci anni, a fronte di un aumento esponenziale del fatturato, passato dai 25 miliardi del 2004 agli 88 del 2012. Le nuove forme di gioco sono state infatti oggetto di un trattamento fiscale agevolato rispetto ai giochi ‘tradizionali’ il che ha portato a vantaggi per l’industria del gioco a discapito delle entrate fiscali. Sui guadagni per lo Stato pesa inoltre l’enorme spesa sanitaria, attuale e soprattutto potenziale, legata alle persone affette da gioco d’azzardo patologico (costo che potrebbe superare di gran lunga le entrate).

Il bene pubblico sembra quindi essere agli ultimi posti nelle priorità della politica, che evidentemente difende di più interessi personali e di categorie forti.

Un esempio? I recenti sviluppi intorno alla tassazione dei risparmi: non solo si è scelto di non aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie per non urtare banche e Poste, ma anche di favorirle tramite un’imposta di bollo che spinge verso conti correnti e lontano da strumenti finanziari più remunerativi per i risparmiatori (ad es. conti deposito, obbligazioni, fondi comuni,…).

Altro che la “Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (art.47 della Costituzione): in questo caso lo stato fa pagare di meno chi ha di più (si veda in proposito L’imposta che dice “No!” alla Costituzione ed al risparmio).

L’acquisto di un BTp è infatti precluso a chi vuole investire piccole cifre: come illustrato nel video, con un rendimento di circa il 2,5%, un investimento di 1000 euro fa guadagnare 25 euro, che grazie al minimo di 34,2 euro dell’imposta di bollo si traducono in una perdita netta di 9 euro. Cosa prevede dunque la regia dello Stato per il piccolo risparmio? Niente paura, si possono tranquillamente lasciare i soldi in banca, a venire erosi dall’inflazione, oppure, se si sentisse l’esigenza di prendersi cura del proprio futuro, c’è sempre il Gratta e Vinci.

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