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L’euro e la tenacia delle buone idee

A giudicare dalla quantità di manifesti elettorali di forze partitiche anche molto diverse tra loro e dal rumore prodotto su internet e sui social network sembra che chi fa della lotta contro l’euro la prima delle battaglie e il fulcro della campagna elettorale stia dando voce alla maggioranza degli italiani. Non è così.

di Alessandro Leozappa - 23 Maggio 2014 - 4'

A giudicare dalla quantità di manifesti elettorali di forze partitiche anche molto diverse tra loro e dal rumore prodotto su internet e sui social network sembra che chi fa della lotta contro l’euro la prima delle battaglie e il fulcro della campagna elettorale stia dando voce alla maggioranza degli italiani. Non è così.

Il grafico riporta le opinioni di un campione di cittadini europei circa il gradimento della moneta unica alla fine del 2013. Il 53% degli italiani si dichiara a favore, contrario il 36%, mentre l’11% non prende posizione. Gli italiani risultano complessivamente più a favore dell’euro (e soprattutto meno contrari) della media europea. Senza addentrarci nuovamente nelle ragioni per cui riteniamo che la campagna contro l’euro sia priva di fondamento economico, anzi sia potenzialmente molto dannosa (si veda il recente post in proposito), è importante prendere atto del fatto che le diverse voci anti euro raccolgono molti consensi legati ai malumori verso la politica europea in generale. Il che è un tema molto diverso da quello della moneta unica.

Sempre il sondaggio di Eurobarometer riporta quanto i cittadini dei diversi stati si sentano partecipi della vita politica comunitaria.

Solo il 17% degli italiani ritiene che la propria voce conti qualcosa in Europa, a fronte del 79% che si sente inascoltato. Seppur con numeri meno eclatanti, lo stesso scenario si riscontra in quasi tutti i paesi dell’unione. Forse a causa di questo fenomeno c’è anche il fatto che i nostri europarlamentari risultano essere tra i primi per assenteismo alle sedute del Parlamento europeo, con una presenza media del 78%, che ci colloca al ventiquattresimo posto su ventotto Paesi. Sarebbe come se ognuno di noi non si fosse presentato al lavoro un giorno alla settimana durante tutti gli ultimi cinque anni.

Il senso di estraneità dell’Europa è aumentato durante gli ultimi anni. Il ricorso quasi integralista a politiche di austerità o l’istituzione del fiscal compact, l’accordo firmato nel marzo 2012 dai Paesi europei che prevedeva il pareggio di bilancio e una rapida riduzione del rapporto debito/PIL, hanno aggravato l’impatto della crisi, incentrando l’intervento della politica sull’aumento delle imposte.

È giusto ripensare la relazione degli Stati membri con l’Europa ed è giusto denunciare la distanza, effettiva e percepita, tra i cittadini e le istituzioni comunitarie. È in questa direzione che dovrebbe indirizzarsi la politica nazionale, ma questa idea fa meno rumore delle urla contro l’euro ed è più difficile del semplice prendersela contro un presunto nemico che viene incolpato di ogni male, tanto da non vedere più la complessità dell’argomento e neanche le nostre responsabilità.

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