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Non tutto il privato vien per nuocere

Nonostante la contrazione dell’economia italiana, la liquidità disponibile sui mercati globali è ampia ed il Governo dovrebbe approfittarne per collocare in borsa alcuni dei gioielli di Stato, fare cassa e rimettere in moto la macchina “Italia”. Tra aziende ed immobili lo Stato potrebbe incassare 271 miliardi di euro, ma al Ministero di Economia e Finanza non se ne fa niente.

di Luigi Ripamonti - 24 Maggio 2013 - 4'

Nonostante la contrazione dell’economia italiana, la liquidità disponibile sui mercati globali è ampia ed il Governo dovrebbe approfittarne per collocare in borsa alcuni dei gioielli di Stato, fare cassa e rimettere in moto la macchina “Italia”. Tra aziende ed immobili lo Stato potrebbe incassare 271 miliardi di euro, ma al Ministero di Economia e Finanza non se ne fa niente.

Nel corso degli ultimi sei anni le banche centrali hanno immesso 22mila miliardi di dollari sui mercati finanziari – di cui 2mila miliardi nel 2013. Ed è proprio di questa iniezione di liquidità, la stessa che sta facendo crollare i rendimenti delle obbligazioni e dei titoli di stato e che porta gli investitori a comprare qualunque cosa, di cui il Governo dovrebbe approfittare.

Abbiamo già visto come raccogliere risorse valorizzando il patrimonio pubblico potrebbe contribuire a ridurre, almeno parzialmente, gli oltre € 2000 miliardi di debito pubblico (il 127% del PIL) e la conseguente spesa per interessi (€80 miliardi all’anno). In particolare, attraverso le privatizzazioni, lo Stato potrebbe contare su circa € 271 miliardi di cui 136 investiti in aziende partecipate o possedute e altri 135 in immobili.

Il settore immobiliare italiano rimarrà in una fase recessiva almeno fino al 2014 e, considerando le complessità legate al disinvestimento di immobili nonché i costi legati ad eventuali affitti per le pubbliche amministrazioni, una delle soluzioni a breve e medio termine potrebbe essere la vendita di quote societarie. Ma quali aziende “possiede” lo Stato italiano?

La ricerca dell’Istituto Bruno Leoni, istituto che promuove una discussione pubblica consapevole, dettaglia quali siano i beni a disposizione dello Stato. Tra le 6 aziende pubbliche, quindi già quotate in Borsa, spiccano ENI ed Enel, giganti dell’energia. La valutazione delle quote statali di queste due aziende ammontava, a fine 2012, a oltre 36 miliardi di euro. Anche se si tratta di aziende importanti dal punto di vista strategico non si può più prescindere dal valorizzare queste quote in modo utile ai cittadini: vendendo il 10% delle quote ENI ad esempio si potrebbero rimborsare IMU e Imposta di Bollo, o snellire il debito pubblico, o contribuire al pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni.

Similmente, tra le aziende non quotate, troviamo Ferrovie dello Stato e Anas, monopolisti (o quasi) del trasporto terrestre, la cui valutazione supera i 50 miliardi di euro. Anche le poste potrebbero facilmente essere privatizzate, prendendo magari spunto dall’Inghilterra dove, alla vigilia della privatizzazione, le Poste hanno registrato un aumento del 60% dei profitti.

La vendita delle azioni italiane, che tanto hanno sofferto per via della crisi di fiducia nel nostro paese, potrebbe fornire ai mercati un forte segnali pro-concorrenziale. Limando la partecipazione statale nelle società già quotate ocollocando in borsa di alcuni dei gioielli di Stato, permettere al Governo di avere margini per promuovere misure che migliorino strutturalmente il paese.

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