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Tobin Tax all’italiana? Inutile e dannosa

Alla ricerca di un’ennesima fonte di introiti, lo Stato ha deciso di ripescare dal cilindro delle gabelle la Tobin Tax senza però pensare agli effetti collaterali (o magari ancor prima a come costruirla correttamente). Ancora una volta ad essere colpiti saranno il piccolo risparmio, la concorrenza, la crescita economica e con ogni probabilità le entrate dello Stato saranno ridotte, esattamente al contrario di quanto ci si propone con questa tassa.

di Matteo Serio - 12 Marzo 2013 - 4'

Alla ricerca di un’ennesima fonte di introiti, lo Stato ha deciso di ripescare dal cilindro delle gabelle la Tobin Tax senza però pensare agli effetti collaterali (o magari ancor prima a come costruirla correttamente). Ancora una volta ad essere colpiti saranno il piccolo risparmio, la concorrenza, la crescita economica e con ogni probabilità le entrate dello Stato saranno ridotte, esattamente al contrario di quanto ci si propone con questa tassa.

Nella mente di James Tobin, il premio Nobel per l’economia cui si deve il nome di questa tassa, essa doveva servire a mitigare l’eccesso di speculazione finanziaria a breve termine, ottenendo quindi dei benefici socialmente diffusi, ad esempio evitare un’eccessiva volatilità che nel medio periodo può avere effetti negativi sull’economia reale e non solo sui mercati finanziari.

Oggi, nel 2013 ci viene ancora presentata come una tassa sulla speculazione, una tassa introdotta per porre un freno alla “mala finanza”, con il duplice scopo di ridurre le transazioni puramente speculative e di incrementare le entrate fiscali.

Purtroppo così non è: i soggetti che saranno colpiti con certezza saranno ancora i risparmiatori, sia coloro che si occupano direttamente di investire i loro risparmi, sia coloro che si affidano ad investitori istituzionali (come fondi comuni ad esempio) che operano per conto terzi sul mercato.

Gli speculatori, quelli veri, infatti sono da un lato esclusi per come è costruita la norma o possono legalmente sfuggirle all’applicazione della stessa spostando il loro giro d’affari in Paesi in cui essa non è in vigore.

Si tratta dunque di una norma inutile, cerchiamo insieme di capire perché:

o La tassa così come strutturata colpisce solo le transazioni che non vengono chiuse in giornata. Ma quali caratteristiche hanno invece le transazioni a puro scopo speculativo? Prendiamo ad esempio l’High Frequency Trading, ovvero la pratica di scambiare automaticamente strumenti finanziari grazie ad algoritmi matematici e che si caratterizza per l’innumerevole mole di operazioni che vengono aperte e chiuse nell’arco di pochi secondi, ebbene l’HFT è esente dalla Tobin Tax. Se l’obiettivo deve essere eliminare la speculazione e per raggiungerlo e lo Stato applica una tassa solo a qualcuno tra chi compra e vende azioni, ma non la applica invece a chi compra e vende 10, 100, 10000 e più volte al giorno, chi pensate che penalizzi, gli “speculatori”?

o La tassa non colpirà i grandi investitori internazionali che hanno già trasferito (o lo faranno presto) la maggior parte delle operazioni di trading fuori dal mercato italiano, ossia nelle piazze che non applicano la norma (Londra ad esempio).

Risultato? La Tobin Tax “all’italiana” serve a ben poco per combattere la speculazione, ma non è finita qui. Oltre ad essere inutile la tassa è anche dannosa per tre motivi: riduce e distorce la concorrenza, non aumenta le entrate per il fisco italiano (così come dimostrano i casi di Francia e Svezia e uno studio di Ernst & Young) e lascia, come al solito, i piccoli a pagare il conto.

(*) La Tobin Tax, in vigore dal 1 marzo 2013, è una tassa sulla compravendita di strumenti finanziari già emessi. L’acquirente sarà sottoposto ad un’aliquota dello 0,12% (0,1% dal 2014) per i mercati regolamentati e dello 0,22% (0,2% dal 2014) per i mercati non regolamentati. Due le principali esenzioni: la finanza etica e i titoli azionari italiani con capitalizzazione inferiore ai 500 milioni di euro a novembre 2012, e i Titoli di Stato. Per i derivati il 1° luglio 2013 entrerà in vigore la tassa sui derivati che avrà un tetto massimo di 200 euro e sarà calcolata in base alla tipologia e al valore di esercizio (strike price) del contratto. Trovate qui la lista delle 70 compagnie attualmente quotate in borsa italiana e non esenti.

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