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Chi investe ancora in obbligazioni bancarie?

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una banca sull'orlo del fallimento. In questo caso però nel salvataggio del Monte dei Paschi di Siena il governo ha deciso di tutelare i piccoli risparmiatori. Secondo la normativa l’intervento pubblico deve essere accompagnato dal cosiddetto burden sharing: ciò significa che il costo del salvataggio dovrebbe gravare anche su azionisti e obbligazionisti. La normativa però consente anche di proteggere i piccoli risparmiatori che, nel caso Monte dei Paschi, otterranno in cambio del loro investimento in obbligazioni bancarie nuove obbligazioni senior (meno rischiose delle subordinate) a patto però che la banca ammetta di aver venduto loro prodotti inadatti, ossia troppo rischiose per i loro profili di rischio.  Si tratta di 40.000 risparmiatori e di un ammontare di obbligazioni pari a circa 2.1 miliardi di euro.

Per gli investitori istituzionali invece è previsto il concambio delle obbligazioni subordinate con azioni della banca. Le obbligazioni subordinate Tier 1 (che sono quelle più vicine alle azioni, le più rischiose) saranno convertite in azioni della banca per un valore pari al 75% del valore nominale; per le obbligazioni Tier 2 (un po’chino meno rischiose delle precedenti ma sempre subordinate) è prevista una conversione per il 100% del valore nominale.

Ma gli italiani comprano ancora le obbligazioni bancarie?

Secondo una ricerca di Bloomberg, che si basa su dati forniti da Banca d’Italia, pare che la quota di obbligazioni bancarie detenute direttamente dalle famiglie italiane sia molto bassa. Solo il 5,4% dei risparmiatori ha in portafoglio obbligazioni bancarie: si stima che si tratti di un milione e quattrocentomila famiglie con una media di quasi 35.000 € di obbligazioni ciascuna.

Qualcosa in questi anni è dunque cambiato e i risparmiatori hanno progressivamente abbandonato l’investimento in obbligazioni bancarie. Come si osserva dal grafico, la quota di obbligazioni bancarie nelle tasche delle famiglie si è più che dimezzata passando da circa 342 miliardi di euro nel 2012 a poco più di 163 miliardi a metà 2016.

Le vicende di questi anni hanno probabilmente insegnato ai risparmiatori che gli strumenti adatti ai loro obiettivi devono avere come caratteristica fondamentale di consentire di diversificare il proprio portafoglio e inoltre che è necessario informarsi sui reali rischi che si corrono investendo, anche se si tratta di prodotti suggeriti dalla propria banca.

Pubblicato il 02 gennaio 2017 da Elisabetta Villa staff