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Banche italiane: non solo crediti deteriorati

I problemi delle banche non sono esclusivamente rappresentati dai crediti deteriorati ma hanno spesso origine locale: collusioni con la politica, inadeguatezza della dirigenza ed eccesso di filiali e dipendenti

di Lorenzo Saggiorato - 12 Agosto 2016 - 3'

Le banche italiane sono in crisi, e come in tutte le aziende, a farne le spese sono in primo luogo i dipendenti. In un recente rapporto della Fabi – il sindacato maggioritario, per rappresentanza, dei lavoratori bancari – leggiamo che «In 3 anni, dal 2013 al 31 marzo 2016, dai gruppi bancari italiani sono usciti 11.988 lavoratori e altri 16.109 sono pronti ad uscire entro il 2020 in base agli accordi sindacali sugli ultimi piani industriali. Di questi 8.928 sono potenzialmente prepensionabili». Ed il segretario generale del sindacato, Lando Sironi, aggiunge che: «Dal 2009 al 2016 sono stati tagliati sul territorio 3.972 sportelli, di cui 1.697 nell’ultimo triennio. In particolare nelle conque maggiori banche italiane recentemente sottoposte a stress test dell’Eba, Intesa, Unicredit, Mps, Banco Popolare e Ubi, dal 2009 al 2015 sono state chiuse o cedute 4.439 filiali». Gli organici delle banche italiane sono composti in prevalenza da lavoratori tra i 46 ed i 55 anni, in maggioranza dirigenti e quadri direttivi.

Non sapendo bene come affrontare la crisi, negli ultimi 7 anni ci sono state frequenti revisioni dei piani industriali, che oltre a creare confusione nella clientela e nei lavoratori bancari, hanno fatto progressivamente perdere agli istituti di credito un vero contatto con il territorio, una premessa indispensabile per il corretto svolgimento dell’attività creditizia. Infatti, ogni volta che si presenta un nuovo piano industriale, si ha una riorganizzazione delle risorse interne ed una definizione di nuove strategie, e ciò richiede tempo, molto tempo: è come se ogni volta si ripartisse da zero. È pur vero tuttavia che i problemi delle banche non sono esclusivamente rappresentati dai crediti deteriorati ma hanno spesso origine locale: collusioni con la politica, inadeguatezza della dirigenza e, quel che qui rileva, assai più filiali e dipendenti di quanti siano giustificati dalle dimensioni. Tuttavia i dipendenti delle banche italiane hanno qualche buona ragione per protestare di fronte all’ondata di licenziamenti. Nel nostro paese, infatti, il costo del lavoro medio per addetto, nel settore creditizio, non è assolutamente più alto che nel resto d’Europa: è pari infatti a 56.800 euro all’anno contro gli oltre 70mila della media continentale. Il posto fisso poi sta diventando sempre più una chimera: già oggi solamente il 30% delle nuove assunzioni gode di un inquadramento stabile, ossia a tempo indeterminato, mentre la stragrande maggioranza dei nuovi ingressi avviene per mezzo dei contratti a termine (29%), dell’apprendistato (13%), del lavoro a somministrazione (11%) e dei tirocini.

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