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Chi acquista i buoni fruttiferi postali?

I buoni fruttiferi postali non sono certo noti per la loro efficienza, anzi. Eppure sono una delle attività finanziarie più diffuse tra le famiglie italiane. Non tutte però. Ecco chi acquista buoni fruttiferi e perché.

di Lorenzo Saggiorato - 21 Marzo 2014 - 7'

I buoni fruttiferi postali non sono certo noti per la loro efficienza, anzi. Eppure sono una delle attività finanziarie più diffuse tra le famiglie italiane. Non tutte però. Ecco chi acquista buoni fruttiferi e perché.

I buoni fruttiferi postali (BFP) costituiscono, per diffusione, la terza attività finanziaria degli italiani, e sono detenuti dal 5,6% delle famiglie. In cima alle preferenze si collocano le obbligazioni e i fondi comuni che, insieme, sono scelti dal 10,4% delle famiglie, seguiti dai titoli di Stato, detenuti dal 6,9% dei nuclei familiari. Al quarto posto troviamo le azioni, detenute da 4,4 famiglie su 100. È quanto indica l’indagine di Banca d’Italia “I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012” che fornisce un utile spaccato della detenzione di attività finanziarie e soprattutto una disaggregazione secondo diverse caratteristiche delle famiglie.

La distribuzione delle attività finanziarie segue delle dinamiche comuni e ben definite, determinate innanzitutto dalla ricchezza della famiglia, ma anche da fattori quali il titolo di studio o ancora le caratteristiche del luogo di residenza. Tipicamente, come suggerisce anche uno studio di Assogestioni, si troverà una maggiore diffusione di attività finanziarie tra le famiglie più benestanti e con un livello di istruzione più elevato, nonché ci sarà un ricorso ai prodotti di investimento più marcato nelle regioni del Nord Italia e meno al Sud e nelle Isole. Dai dati di Banca d’Italia si nota che effettivamente tutte le principali attività finanziarie sono distribuite tra la popolazione in linea con queste tendenze. Tutte? No, i buoni fruttiferi postali sono posseduti tra i vari segmenti della popolazione secondo schemi del tutto peculiari, il che suggerisce che siano altri i fattori che muovono la domanda di buoni fruttiferi rispetto alla maggior parte degli investimenti.

Contrariamente a quanto avviene per tutte le altre attività finanziarie, non è vero che i più benestanti detengono più buoni fruttiferi. Il grafico sottostante riporta il possesso di attività finanziare in base ai diversi quintili di reddito, suddividendo quindi la popolazione in base al reddito del capo famiglia e considerando il primo 20% più povero, poi il secondo 20%, fino ad arrivare al 20% più benestante. Con l’eccezione del primo quintile, dove il possesso di qualsiasi attività finanziaria è molto contenuto, per tutti gli altri quintili, la quota di possessori di BFP è costante, poco sopra il 5%, mentre per le altre attività questa tende a salire velocemente all’aumentare del reddito. In altre parole, i più ricchi sono meno inclini ad acquistare BFP rispetto ad altre attività, per cui all’aumentare del reddito diminuisce la probabilità che si investa in buoni fruttiferi postali.

Una stranezza simile si riscontra andando a osservare il possesso di attività finanziarie per livello di istruzione. Solitamente si osserva che gli investimenti sono più diffusi tra gli individui più istruiti, vuoi perché beneficiari di redditi mediamente più elevati, vuoi perché più propensi a prendersi cura dei propri risparmi. Questa regola non vale però per i buoni fruttiferi, dove la quota di famiglie detentrici va addirittura diminuendo all’aumentare degli anni di studio.

In termini di distribuzione geografica si nota come la diffusione di BFP sia trasversale tra le diverse aree del Paese, mentre le altre attività si concentrano più marcatamente al Nord mentre sono meno diffuse al Centre e Sud. Dal grafico notiamo che, ad esempio, il possesso di obbligazioni e fondi comuni al Nord è del 15% mentre si riduce al 4% nel Sud Italia; al contrario i buoni fruttiferi postali sono ugualmente distribuiti.

L’uguale diffusione di buoni fruttiferi sul territorio nazionale è, tuttavia, riscontrabile solo se consideriamo le macro aree Nord, Centro e Sud. Se analizziamo invece le caratteristiche del comune di residenza dei sottoscrittori troviamo un’evidenza eclatante: nei grandi centri urbani i BFP sono quasi assenti. Mentre le altre attività finanziarie sono distribuite in proporzioni molto simili sia nei comuni più piccoli sia nelle città, i BFP sono significativamente più diffusi nei primi (quasi l’8%) e pressoché inesistenti nei comuni con più di 500.000 abitanti, dove sono scelti da meno dell’1% delle famiglie.

Perché i buoni fruttiferi postali hanno una diffusione tra la popolazione così diversa da qualsiasi altra attività finanziaria? Perché sono relativamente meno apprezzati dalle fasce più benestanti e istruite della popolazione e sono invece sorprendentemente diffusi nei piccolissimi centri?

Le cause di questo fenomeno riguardano sia il prodotto, buono fruttifero, che l’emittente, Poste Italiane. Per quanto riguarda il prodotto, come abbiamo già approfondito in un precedente articolo, i buoni fruttiferi offrono dei rendimenti molto scarsi, se comparati con qualsiasi titolo di Stato di pari scadenza, ma hanno il vantaggio di avere il capitale garantito in ogni momento. Una sicurezza che si paga quindi a caro prezzo. La diffusione particolare tra le fasce meno abbienti e istruite e quindi, si immagina, con una minore cultura finanziaria, è spiegata dal fatto che i BFP siano impacchettati per essere appetibili per chi ha una propensione al rischio minima, tanto da acquistare un prodotto che ha spesso un rendimento al netto dell’inflazione addirittura negativo; contrario quindi ad ogni esigenza di investimento e difesa del capitale. Il dato che più fa riflettere, tuttavia, è la diffusione dei buoni fruttiferi nei paesi, il che ci porta a parlare delle Poste. Le banche sono diffuse, sì, ma non c’è paesino in Italia che non abbia un ufficio postale nelle vicinanze. Quando le Poste hanno integrato massicciamente la tradizionale attività di consegna della posta con quella bancaria, si sono trovate a poter sfruttare una presenza di ‘filiali’ sul territorio nazionale che non ha uguali tra le banche concorrenti. Si ripropone quindi la dinamica ben nota per cui i risparmiatori si trovano ad acquistare i prodotti che vengono loro proposti dal consulente della banca, o delle Poste in questo caso, con una scelta molto limitata e un interesse prevalente che è sempre quello del venditore e mai il loro.

La buona notizia è che in un mondo in cui le informazioni sono accessibili ovunque a chiunque attraverso internet, è possibile per qualsiasi cittadino informarsi, confrontare prodotti, scegliere e acquistare direttamente lo strumento che più si addice alle proprie esigenze. Se ciò avvenisse, verrebbe meno un’enorme rendita di posizione per le Poste, che adesso riescono a vendere prodotti costosissimi (che è un altro modo di leggere i rendimenti bassissimi), solo perché hanno diretto accesso a un’enorme fetta del mercato, quasi senza concorrenza. Chissà che nella prossima rilevazione i dati non saranno cambiati?

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