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Così simili eppure così diversi

Causa mancato accordo politico, lo Stato blocca i pagamenti ai propri dipendenti. Sembra di leggere le cronache nostrane, invece siamo a Washington. Il Congresso degli Stati Uniti ieri ha fallito nel trovare un accordo sull’approvazione del bilancio federale a causa dello stallo politico che vede Camera e Senato in mano a maggioranze di segno opposto.

di Lorenzo Saggiorato - 1 Ottobre 2013 - 4'

Causa mancato accordo politico, lo Stato blocca i pagamenti ai propri dipendenti. Sembra di leggere le cronache nostrane, invece siamo a Washington. Il Congresso degli Stati Uniti ieri ha fallito nel trovare un accordo sull’approvazione del bilancio federale a causa dello stallo politico che vede Camera e Senato in mano a maggioranze di segno opposto. Il mancato accordo ha conseguenze importanti perché da oggi negli Stati Uniti alcune funzioni pubbliche vengono sospese per un periodo indefinito, fino a quando la politica non approverà il bilancio.

Gli effetti di breve periodo sono sicuramente dannosi per l’economia locale ma il quadro complessivo in cui il tema si inserisce è quello più ampio del dibattito sull’aumento del limite del debito pubblico (argomento di discussione nel congresso durante le prossime settimane). Le cause di questa situazione critica sono di natura prevalentemente politica e l’esito negativo delle trattative, con conseguente default del Paese, avrebbe un effetto talmente devastante per l’economia statunitense e mondiale che tutte le parti interessate dovrebbero scongiurarlo, trovando un compromesso su alcuni temi sensibili ai rispettivi elettorati. È quindi altamente improbabile che ci saranno esiti davvero negativi ma il fatto ci pone sotto gli occhi la delicata situazione del debito pubblico americano, considerato l’attività sicura per antonomasia.

Al 2013 il debito pubblico totale ammonterà a oltre 17 mila miliardi di dollari ($17’000’000’000’000), con un rapporto sul PIL del 108% (Fonte FMI).

Il grafico riporta il debito pubblico lordo totale stimato per il 2013 in rapporto al PIL per alcuni paesi industrializzati. L’Italia si trova sicuramente tra i paesi caratterizzati da un rapporto debito/PIL elevato ma non si trova da sola. Tra gli esempi più significativi riportiamo il Giappone, che guida la classifica con un debito pubblico pari ad oltre il 245% del PIL, Singapore, gli Stati Uniti e il Regno Unito.

Dal grafico appare inoltre evidente come il livello di debito/PIL osservato si discosti nella maggior parte dei casi dalla soglia del 60%, soglia entro cui era preferibile che un paese sviluppato si collocasse secondo la letteratura economica. In Europa il limite del 60% assume un’importanza formale rilevante perché costituisce uno dei criteri di convergenza di Maastricht.

L’esplosione dei debiti pubblici è stato dunque una dinamica che ha coinvolto la maggior parte dei paesi sviluppati, sia in Europa che al di fuori, ma allo stesso tempo, l’elevato debito pubblico di per sé non ha ovunque il livello di ‘insofferenza’ al debito, sintetizzabile nella percepita credibilità di uno Stato di fare fronte alle proprie obbligazioni, che caratterizza quello del nostro paese.

Almeno due sono le concause che determinano questa condizione per il debito italiano:

  • Il già estremamente elevato carico fiscale, che rende impercorribile la soluzione di ridurre il debito aumentando la tassazione.
  • Il fatto che il nostro paese viva una grave crisi di competitività che rende difficile una crescita del reddito.

In conclusione possiamo quindi sottolineare che il tema dell’elevato debito pubblico, che da qualche anno ha assunto un ruolo rilevante nel dibattito pubblico italiano, non costituisce in nessun modo un tema nazionale ma bensì di portata globale, quanto meno per il mondo ‘sviluppato’. In secondo luogo emerge il fatto che i debiti pubblici, per quanto elevati, non siano tutti uguali e che l’unica soluzione di medio periodo, anche, e soprattutto, per il nostro paese sarà quella di ‘crescere’ fuori dalla crisi.

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