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In difesa dei fondi comuni (ovvero, perché sono meglio degli ETF)

“I fondi comuni sono cari. Conviene comperare un ETF (un fondo passivo che replica l’andamento di un indice) ad un costo molto inferiore. Risparmiando sui costi si migliora il proprio rendimento potenziale, investendo comunque in uno strumento diversificato e accessibile”. Questa affermazione, che si legge e si sente di frequente, è in parte vera ma anche parecchio approssimativa. Anzi, i fondi comuni sono per molti risparmiatori uno strumento di investimento molto più adatto rispetto ad un ETF. Ecco perché.

di Lorenzo Saggiorato - 7 Agosto 2015 - 7'

“I fondi comuni sono cari. Conviene comperare un ETF (un fondo passivo che replica l’andamento di un indice) ad un costo molto inferiore. Risparmiando sui costi si migliora il proprio rendimento potenziale, investendo comunque in uno strumento diversificato e accessibile”. Questa affermazione, che si legge e si sente di frequente, è in parte vera ma anche parecchio approssimativa. Anzi, i fondi comuni sono per molti risparmiatori uno strumento di investimento molto più adatto rispetto ad un ETF. Ecco perché.

Prima di procedere è doveroso fare una premessa; quella che in inglese è detta una full disclosure: chi scrive, lavora per una società che gestisce e vende fondi comuni di investimento ed ha quindi uno specifico interesse a convincere il lettore della bontà dello strumento. Detto ciò, l’analisi che segue vuole essere onesta intellettualmente al punto da pubblicarla su un sito che fa del rigore e dell’obiettività un pilastro e si espone volentieri a punti di vista differenti e critiche (nel merito).

La gestione passiva ha i suoi limiti.

Acquistare un ETF significa investire in un gruppo di titoli che compongono un indice. Solitamente i titoli rientrano negli indici in proporzione alla propria capitalizzazione. Questa impostazione porta però l’ETF ad attuare (anche se passivamente) una strategia precisa: quando il prezzo di alcuni titoli di un determinato mercato salgono più della media degli altri titoli, anche il peso di questi aumenta all’interno dell’indice, e quindi dell’ETF che lo replica. Insomma l’ETF, automaticamente, fa il contrario di quanto dovrebbe fare un investitore accorto, perché compra i titoli i cui prezzi sono saliti e vende quelli i cui prezzi sono scesi. Con un fondo comune invece, e con una gestione di qualità, sono i gestori a scegliere i titoli su cui trovano maggior valore, indipendentemente dalla capitalizzazione, e a gestire l’esposizione dinamicamente, prendendo profitto quindi quando un titolo sale e accumulando sulle debolezze.

Chi gestisce il fondo ha un incentivo a fare bene. Un ETF no.

Evidentemente non tutti i fondi riescono a battere il proprio benchmark, e anche i fondi “buoni” non necessariamente battono il proprio mercato di riferimento su tutti gli orizzonti temporali. Questo può accadere per svariati motivi, alle volte colpevolmente, se i gestori si limitano a replicare un indice per semplicità, caricando però commissioni elevate, oppure perché, anche le scelte compiute nel tentativo di fornire valore aggiunto al cliente alle volte si rivelano sbagliate oppure danno i propri frutti su intervalli di tempo diversi da quelli considerati. C’è però un dato di fatto: chi gestisce il fondo vuole che il proprio fondo vada bene. Questo incentivo può essere fornito direttamente in presenza di commissioni di incentivo (quando fatte bene), che vengono pagate dal cliente quando il fondo supera i massimi di sempre, o indirettamente solo perché il gestore ha come primo obiettivo quello di mantenere in gestione i capitali dei clienti soddisfatti. Chi gestisce ETF è indifferente all’andamento dei propri prodotti: l’unico impegno che si prende è quello di fare un prodotto che segua il più fedelmente possibile l’indice di riferimento.

L’ETF è vendibile e acquistabile in tempo reale e il fondo comune no. Però…

In molti vedono nella negoziazione in tempo reale di un ETF un enorme vantaggio. Così come la possibilità di acquistare e vendere un ETF nell’arco della stessa giornata. L’acquisto di un fondo comune, anche attraverso la Borsa, viene finalizzato invece in un paio di giorni lavorativi. Difficilmente però questo dovrebbe essere un ostacolo per un risparmiatore che investe per il medio-lungo periodo. Per contro il fondo comune ogni giorno viene acquistato e venduto allo stesso prezzo (il NAV) e non c’è quindi il rischio di incorrere in un prezzo più sconveniente nel momento in cui si vuole vendere l’ETF (il che rappresenta un vero e proprio costo).

Non è corretto confrontare i costi di un ETF con quelli di fondo comune.

L’argomento cardine dei detrattori dei fondi comuni è il loro costo eccessivo. C’è un però… I costi di gestione annui di un fondo comune, poniamo del 2%, includono una parte che copre i costi effettivi della gestione, e un’altra parte (solitamente preponderante) che paga il servizio di consulenza che si riceve. Volendo (giustamente) confrontare i costi di un investimento è bene focalizzarsi, al pari degli ETF, sui fondi comuni senza un servizio di consulenza, fondi venduti in modalità execution-only, online o in Borsa.

Un fondo comune fa il lavoro che dovrebbe fare il consulente di un portafoglio di ETF, ma a costi inferiori.

Ebbene sì. Per investire in un portafoglio di ETF, decidendo quante azioni e quanto obbligazioni si vogliono, di quali paesi e su quali scadenze, se non si hanno competenze specifiche e il tempo per seguire i mercati, bisogna probabilmente affidarsi a qualcuno. Così come per ribilanciare l’investimento quando necessario o per trovare le opportunità migliori in quel momento. Insomma, l’ETF è uno strumento valido da collocare in un portafoglio seguito da vicino oppure avvalendosi di un servizio di consulenza, che dovrà giustamente essere remunerato. In un fondo comune con un mandato di gestione abbastanza ampio, come un fondo flessibile oppure un portafoglio composto di due o tre fondi, un azionario globale, un obbligazionario globale e un fondo monetario o di breve termine, sono i gestori a compiere quotidianamente queste scelte al posto del cliente. Il gestore di un fondo azionario globale sceglie, ad esempio, su quali paesi investire e su quali no a seconda del momento, in un fondo flessibile sceglie quante azioni e quante obbligazioni tenere in portafoglio. La notizia sorprendente è che se si considera un portafoglio di ETF e il servizio di consulenza annesso, il costo complessivo, probabilmente nell’intorno dell’1%, potrebbe superare quello di un fondo comune flessibile o di un portafoglio di fondi comuni acquistati in autonomia.

Insomma, non è per niente scontato che un portafoglio di ETF sia l’unica soluzione di investimento adatta a chi cerca efficienza, diversificazione e accessibilità. Anzi, i fondi comuni acquistati in autonomia, soprattutto quelli con un mandato di gestione più ampio, mantengono tutti i benefici di una gestione attiva ma a costi che nel complesso possono essere inferiori ad un investimento in ETF, a vantaggio del rendimento atteso. Guardando ai fondi comuni bisogna ovviamente evitare prodotti inutili (come i fondi a cedola e quelli estero-vestiti) e avere un occhio attento alla struttura dei costi, scegliendo quelli che offrono una gestione realmente attiva a costi vicini a quelli di un ETF.

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