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L’industria finanziaria della fragilità

L’industria della fragilità si nutre dell’incertezza diffusa, delle paure di chi teme per il proprio posto di lavoro o quello dei propri figli, per la propria stabilità economica. Vive di un paese che non ha più fiducia nel futuro, nelle proprie possibilità di inseguire dei sogni e di fare dei progetti.

di Alessandro Leozappa - 2 Maggio 2014 - 5'

L’industria della fragilità si nutre dell’incertezza diffusa, delle paure di chi teme per il proprio posto di lavoro o quello dei propri figli, per la propria stabilità economica. Vive di un paese che non ha più fiducia nel futuro, nelle proprie possibilità di inseguire dei sogni e di fare dei progetti.

L’espressione, coniata dal giornalista Beppe Severgnini e apparsa in un suo recente editoriale sul Corriere della Sera, è emblematica di una situazione che il nostro paese vive da alcuni anni. L’articolo pone l’attenzione su diversi contesti in cui il cittadino è diventato più fragile tra cui la fiducia nel futuro e nelle proprie potenzialità, la cui crescente mancanza alimenta il mercato del gioco d’azzardo e di ciarlatani che sostengono di vendere le chiavi per il successo, o l’ambito finanziario. A tal proposito è interessante fare un’ulteriore riflessione e osservare come molti operatori finanziari abbiano risposto all’emergere di nuove e pressanti esigenze da parte dei risparmiatori, assecondando le loro paure e impacchettando prodotti che solo in teoria rispondevano a quei bisogni.

La gestione dei soldi è sempre e comunque un tema delicato ma ha assunto negli anni più recenti un particolare contorno di preoccupazione e ansia. La recente crisi non solo ha colpito il patrimonio finanziario di chi ha perso soldi su azioni, obbligazioni o fondi comuni ma, più generalmente, ha aumentato l’insicurezza finanziaria degli italiani.

Le difficoltà economiche da un lato e la maggiore avversione al rischio, nella forma di non disponibilità a incorrere in perdite (psicologicamente prima ancora che finanziariamente), fanno sì che un numero sempre maggiore di risparmiatori sia alla ricerca del rendimento certo: un prodotto che renda anche poco, ma che sia sicuro. Questo atteggiamento non è un’assoluta novità per le famiglie italiane, da sempre poco avvezze agli investimenti azionari a cui sono sempre stati preferiti i titoli di Stato (il buon vecchio BTp), le obbligazioni, e il mattone (l’investimento più sicuro del mondo), tuttavia la crisi ha infranto molte di queste certezze. Tra il 2010 ei il 2011 il prezzo dei titoli di Stato italiani si è quasi dimezzato in dodici mesi, toccando il fondo a novembre 2011, e una sorte molto simile è toccata a tante obbligazioni societarie, per non parlare dell’immobiliare su cui assistiamo a una contrazione dei prezzi ininterrotta dal 2007. Questo scenario ha acuito il bisogno di sicurezze da parte dei risparmiatori; un’esigenza della domanda che è stata prontamente recepita (e alimentata) dall’offerta. L’industria bancaria e finanziaria in genere si è, infatti, attrezzata per andare incontro al disperato bisogno dei risparmiatori di acquistare solo prodotti che rendessero qualcosa ma che non perdessero mai.

Questa millantata caratteristica è una costante in molti dei prodotti più acquistati dagli italiani negli ultimi anni. Troviamo ad esempio i conti deposito dai rendimenti (un tempo) generosi, che hanno attratto capitali concorrendo tra di loro nell’offrire tassi di interesse sempre più elevati. Così facendo però stavano mettendo a rischio la solidità della banca e, in ultima istanza, il sistema economico perché, in quanto banche, se non fossero state in grado di onorare i propri debiti è facile immaginare che sarebbero stati chiamati in causa i contribuenti a tappare i buchi. Vengono in mente anche i Buoni Fruttiferi Postali, che vendono la protezione del capitale, ma a costi tanto elevati da avere un rendimento inferiore all’inflazione attuale e quindi una “sicura” erosione in termini reali del capitale investito.

Tuttavia primi fra tutti, nell’insieme di questi prodotti che si nutrono della fragilità degli investitori, del bisogno di certezza a tutti i costi, spiccano i fondi a finestra di collocamento, che attraggono i risparmiatori con la garanzia della cedola, salvo però poter pagare quella cedola rimborsando parte del capitale investito. Insomma i risparmiatori pagano per avere la certezza che gli sia erogata una cedola, piuttosto anche pagata con i propri soldi, se l’andamento del fondo non avesse guadagnato abbastanza. Ovviamente quando i fondi arriveranno a scadenza, se dovessero rimborsare meno di quanto è stato investito, le società di gestione o banche che li hanno venduti diranno che questa eventualità era chiaramente prevista dal contratto. Di fronte all’attrattiva di una cedola “certa” però, chi ha potuto resistere?

La crisi è ancora in atto, le difficoltà che pone sono oggettive ed è normale e salutare che si scelga di non correre rischi inutili nella gestione delle proprie finanze. È bene tuttavia avere presente che non si può pretendere l’impossibile, e se qualcuno ve lo vende, vi sta imbrogliando. Uno strumento finanziario che abbia un rendimento, per quanto contenuto, ma certo e sicuro per sempre non è di questo mondo. Interiorizzare questa considerazione, per quanto possa sembrare banale, può essere un primo passo per evitare di fare gli investimenti sbagliati e vedere, con certezza, il vostro capitale mangiato dai costi.

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