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Stop di Consob alle commissioni facili dei fondi comuni esteri

Meglio tardi che mai. Consob, l’autorità italiana per la vigilanza dei mercati finanziari, ha finalmente puntato il dito contro la pratica, diffusissima, della vendita ai risparmiatori di fondi comuni di diritto estero. Il pericolo che evidenzia Consob deriva dalla diversa normativa tra paesi sul calcolo delle commissioni di performance. Ai fondi comuni di diritto italiano Banca d’Italia impone un metodo di calcolo, migliorabile, ma comunque tutelante il risparmiatore, cosa che invece non accade per i fondi esteri, ad esempio lussemburghesi o irlandesi.

di Lorenzo Saggiorato - 16 Luglio 2015 - 5'

Meglio tardi che mai. Consob, l’autorità italiana per la vigilanza dei mercati finanziari, ha finalmente puntato il dito contro la pratica, diffusissima, della vendita ai risparmiatori di fondi comuni di diritto estero. Il pericolo che evidenzia Consob deriva dalla diversa normativa tra paesi sul calcolo delle commissioni di performance. Ai fondi comuni di diritto italiano Banca d’Italia impone un metodo di calcolo, migliorabile, ma comunque tutelante il risparmiatore, cosa che invece non accade per i fondi esteri, ad esempio lussemburghesi o irlandesi.

L’allarme di Consob riguarda le commissioni di performance, commissioni pagate alle SGR quando il fondo guadagna e costituiscono quindi un incentivo per la società a generare un rendimento positivo per i clienti.
Nella teoria le commissioni di performance (o incentivo) sono un costo che allinea l’interesse della società di gestione a quelli del cliente. Dietro a questa idea si nascondono però dettagli con effetti macroscopici per la società di gestione e per il cliente.
Per limitare la possibilità per le società di gestione di caricare sui clienti commissioni di performance immeritate, che non corrispondo a una reale creazione di valore, Banca d’Italia impone che le commissioni di performance siano calcolate su intervalli non inferiori a 12 mesi. Questa impostazione, che è sicuramente migliorabile come suggeriscono il metodo dell’high-water mark, applicato da diverse società anche in Italia, o le commissioni di incentivo simmetriche, diffuse nel mondo anglosassone, riduce comunque il rischio di abusi da parte delle SGR.
Tale paletto non è però presente per i fondi di diritto estero, che possono prelevare commissioni di performance calcolate su intervalli temporali più brevi, semestrali, trimestrali e addirittura mensili.
Sintetizzando, il rischio per il risparmiatore derivante dall’investire in fondi che calcolano commissioni di incentivo su periodi brevi è quello di pagare un costo frutto non della effettiva performance prodotta dal fondo ma solo dell’andamento volatile dei mercati. Per chiarire l’effetto dei diversi metodi di calcolo delle commissioni di performance sui costi (e quindi sui risultati del fondo) si veda questo approfondimento.

La dimensione del problema è tutt’altro che marginale. La diffusione dei fondi comuni di diritto estero, sia veri fondi esteri sia fondi esteri riconducibili a società di gestione italiane (cosiddetti fondi estero-vestiti o round-trip), è in atto da diversi anni. Nel primo trimestre del 2015,m degli 810 miliardi di euro investiti in fondi comuni in Italia, 230 miliardi sono investiti in fondi esteri mentre oltre 300 miliardi in fondi di diritto estero appartenenti a gruppi italiani. Questo significa che, malgrado la normativa di Banca d’Italia, nata con l’obiettivo di tutelare il risparmiatore, quasi due terzi dei capitali investiti dagli italiani in fondi comuni sono investiti in fondi che sfuggono a questa disciplina, per la gioia delle società di gestione coinvolte che possono guadagnare commissioni di performance senza bisogno di creare effettivo rendimento nel tempo.

Come evidenzia la nota di Consob, la normativa “non omogenea” sulle commissioni di incentivo “può innalzare il rischio di comportamenti opportunistici e non in linea con i doveri di diligenza e correttezza da osservare nel rapporto con i clienti che sottoscrivono tali prodotti”. Insomma, Consob rileva che questa enorme diffusione dei fondi comuni esteri ed estero-vestiti sia figlia non di una ricerca del prodotto migliore per il cliente ma di una precisa strategia commerciale da parte delle società di gestione volta a proporre i prodotti su cui è più facile guadagnare commissioni di performance.
Pare però che solo Consob non fosse al corrente di quanto stava accadendo. Il problema delle commissioni di performance immeritate sulle spalle dei clienti era noto da tempo, come suggeriscono vecchi articoli pubblicati sul Sole 24 Ore o un servizio della trasmissione Report che ha portato il tema fuori dalla cerchia dei media di settore. Ciononostante, la crescita dei patrimoni gestiti da fondi esteri ed estero vestiti negli ultimi 5 anni è stata rapidissima, al punto che oggi si presenta la situazione paradossale per cui tra i gruppi italiani sono maggiori le masse gestite da fondi di diritto estero, tipicamente lussemburghese o irlandese, rispetto a quelle investite in fondi di diritto italiano.

La presa di posizione di Consob è tardiva ma comunque benvenuta. Si inserisce in un processo di riforma a livello europeo di tutto il settore del risparmi gestito, la cosiddetta Mifid2, che dovrà essere recepita dai regolamenti nazionali entro il 2017 e mira a tutelare maggiormente il risparmiatore, aumentando la trasparenza e a abbattendo i conflitti di interesse.

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