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Tasse sul risparmio: vita travagliata di 1000 euro

Dopo mesi di attenzione alle spese, piccoli sacrifici e costanza siamo riusciti ad accumulare sul nostro conto corrente, con una certa soddisfazione, la cifra di 1.000 euro e sappiamo di non averne bisogno a breve perché non abbiamo in programma nessuna grossa spesa.

di Luigi Ripamonti - 1 Luglio 2014 - 5'

Dopo mesi di attenzione alle spese, piccoli sacrifici e costanza siamo riusciti ad accumulare sul nostro conto corrente, con una certa soddisfazione, la cifra di 1.000 euro e sappiamo di non averne bisogno a breve perché non abbiamo in programma nessuna grossa spesa. Il rendimento offerto dal conto corrente è zero, quindi con il rendimento è negativo se lo correggiamo per l’inflazione; inoltre la tassazione ci spinge a tenere sul c/c soltanto la liquidità di cui pensiamo di aver bisogno (o poco di più) per evitare di pagare 34,2 euro di imposta di bollo che si applica sopra i 5.000 euro di giacenza media. Decidiamo dunque di investire i sudati mille euro alla ricerca di un rendimento moderato nel medio periodo, nella speranza che i 1.000 euro siano qualcosa in più quando ne avremo bisogno e non abbiano perso potere di acquisto. Non certo gli obiettivi di un avido speculatore, eppure qui iniziano le difficoltà.

La prima cosa che facciamo è dare un’occhiata al conto deposito offerto dalla banca. Notiamo però subito che sui prodotti non soggetti a un vincolo temporale i rendimenti risultano molto contenuti e per ottenere un tasso che copra almeno dall’inflazione dobbiamo considerare depositi vincolati su scadenze medie o cercare tra le offerte di altre banche. Si presenta però un problema: più una banca deve allettare i clienti con rendimenti elevati, più aumenta il rischio dell’investimento. C’è da valutare poi l’intervento del fisco: sul capitale investito grava l’imposta di bollo, nella misura del 2 per mille del capitale investito (aumentata per quasi tutti gli strumenti finanziari lo scorso dicembre) e sul rendimento lordo pesa l’aliquota sulle cosiddette rendite finanziarie del 26% (in vigore dal 1° luglio 2014).

Un po’ scoraggiati dalla mole del peso fiscale su uno strumento che ha un rendimento contenuto, ci impone vincoli temporali e che non è per nulla trasparente, in quanto non sappiamo dove vengono investiti i nostri soldi, valutiamo l’acquisto di buoni fruttiferi postali. Su questi strumenti infatti il fisco è molto accomodante, con l’imposta di bollo nulla fino a 5.000 euro e l’aliquota rimasta ferma al 12,5%. Ma non è tutto oro quel che luccica. Questo strumento, fiscalmente incoraggiato, risulta essere estremamente inefficiente sotto il profilo del rendimento: la protezione del capitale viene venduta al prezzo di un rendimento reale molto basso, se non negativo sulle scadenze più brevi.

Probabilmente prodotti a capitale e rendimento garantito hanno dei costi che combinati all’azione del fisco non li rendono particolarmente attraenti dati i nostri obiettivi, e ci chiediamo quindi se non sia il caso di acquistare direttamente azioni. Peggio che andar di notte! Qui la scure del fisco si abbatte con particolare vigore tra l’imposta di bollo, l’aliquota al 26% sui redditi generati e la tassa sulle transazioni finanziarie nel caso volessimo acquistare azioni italiane. Lo stesso discorso si applica alle obbligazioni societarie, con l’eccezione della tassa sulle transazioni.

L’inasprimento delle aliquote non è stato però uniforme. Si sono salvati infatti i titoli di Stato. Tutti, sia italiani sia esteri, su cui la tassazione è rimasta al 12,5%. In questo caso lo Stato ha voluto fare un grande favore a se stesso, contenendo il costo del proprio finanziamento a discapito di quello del settore produttivo. Se acquistassimo quindi BTp? Il fatto che i rendimenti siano ai minimi storici non depone esattamente a loro favore, anzi. Ci restano sempre i titoli di Stato sudafricani; sono pur sempre fiscalmente convenienti rispetto a tutte le azioni e le obbligazioni societarie italiane.

Poi ci viene un dubbio. Sarà una scelta saggia investire tutti i nostri risparmi su un unico titolo, sia questo un’azione, un’obbligazione o un titolo di Stato? Probabilmente no. Valutiamo quindi l’acquisto di un fondo comune di investimento, che ci dà accesso a un investimento diversificato anche solo con i nostri 1.000 euro, il che lo rende estremamente adatto alle esigenze del piccolo risparmiatore (stando attenti ovviamente a evitare fondi a cedola e esterovestiti). Saranno fiscalmente incoraggiati? Macché! Anche qui grava l’imposta di bollo e un’aliquota che varia tra il 12,5 e il 26% a seconda della composizione del fondo.

Continuiamo a non sapere dove investire i nostri risparmi, ma sappiamo che non vogliamo lasciarli sul conto corrente, perché anche quello rappresenta un costo. Abbiamo però la consapevolezza che lo Stato non fa nulla per rendere la vita facile ai nostri 1.000 euro. L’aumento dell’aliquota dal 20 al 26%, lasciando però al 12,5% quella sui tutti i titoli di Stato, è l’ultima riprova del fatto che l’obiettivo del legislatore non è stato quello di incoraggiare l’impiego dei risparmi degli italiani nell’economia, che ha un bisogno disperato di capitali, anche tassando in maniera equa i guadagni da capitale (ovunque siano generati), ma bensì quello di fare cassa su quella che è (che era?) una delle caratteristiche virtuose del Paese, garantendosi però un trattamento di favore per stare sui mercati senza dovercisi confrontare.

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