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Tre lezioni che possiamo trarre dalle “nuove” commissioni di collocamento

Tra le banche si è diffusa la pratica di aver abolito le vecchie commissioni di ingresso e averle sostituite con delle nuove commissioni dette di collocamento.Che cosa se ne può trarre?

di Luigi Guiso - 20 Luglio 2016 - 4'

In un articolo su lavoce.info, ripreso su questo sito, Angelo Baglioni e Alberto Foà hanno denunciato una pratica che si è diffusa da poco tra le banche che commercializzano fondi comuni. Ovvero, quella di aver abolito le vecchie commissioni di ingresso e averle sostituite con delle nuove commissioni dette di collocamento.

La differenza? Le prime erano palesi e (più facilmente) visibili – ovvero al momento della vendita del prodotto finanziario, le si doveva comunicare al cliente e non era facile nasconderle perché il cliente le pagava proprio al momento della sottoscrizione (ovviamente si poteva sempre mentire e sperare che il cliente non leggesse la documentazione).

Abolendole si è presentata anche un’opportunità di marketing perché i nuovi fondi possono essere commercializzati presentandoli come fondi senza commissione di ingresso e dando quindi l’impressione di un costo in meno.

Come spiegano Baglioni e Foà, la commissione di collocamento, diversamente da quella d’ingresso, non viene pagata alla sottoscrizione, ma “spalmata” su tutto l’arco dell’investimento diventando così meno saliente per l’investitore. Non la vedrà neppure quando l’investimento giunge a maturazione perché verrà sommata alla performance del fondo confondendosi con essa.

Qui non voglio intrattenermi su cosa andrebbe fatto per affrontare questo caso specifico, ma chiedermi che lezioni generali possiamo trarre da questo “trucco”. A mio avviso almeno tre.

Primo, è più probabile che una banca ricorra a questi “trucchi” quando versa in cattive acque. Oggi molte banche hanno problemi di bilancio e di reddittività e cercano di recuperare margini di profitto dove è più facile “gabbare” i propri clienti, soprattutto quelli meno sofisticati e dotati di strumenti conoscitivi per non dipendere dai loro consigli, è una di queste strade.

Rivisitare le commissioni soprattutto su prodotti poco sostituibili (ad esempio le carte di credito), nasconderle dove è più facile come nel caso delle commissioni di collocamento, raccomandare prodotti con elevate commissioni anche quando ne esistono di altri meno costosi e altrettanto redditizi, sono tutte strategie alle quali le banche ricorrono più facilmente in tempi magri.

Alcune sono particolarmente pericolose per il risparmiatore, come quando una banca per salvarsi è disposta ad esporre il risparmiatore al rischio di andare in malora, come nel caso delle popolari italiane dissestate (la Popolare di Vicenza è un buon esempio).

La seconda lezione riguarda i limiti della disclosure come filosofia di regolamentazione.

La disclosure – l’obbligo di un intermediario di informare l’investitore delle proprietà del prodotto e dei suoi costi – è il perno della regolamentazione corrente ma incontra notevoli limiti, di cui uno è l’inevitabile discrezionalità di cui gode l’intermediario nel decidere come informare. L’informazione che arriva al risparmiatore dipende non solo da cosa si dice/scrive, ma da come lo si comunica.

Non è difficile occultare qualcosa, ad esempio catturando l’attenzione del risparmiatore su qualcos’altro, mentre lo si informa sulla cosa che si vuole nascondere.

Oppure rivedendo la struttura delle commissioni adottando forme di remunerazione meno visibili – l’esempio su cui si sono concentrati Baglioni e Foà.

Terzo, la disclosure si presta ad essere aggirata dalle banche.

Quanto effettivamente venga aggirata dipende da quanto le norme sulla disclosure erette a protezione del risparmiatore vengono effettivamente fatte rispettare.

E questo dipende dal comportamento dall’autority messa a tutela dei risparmiatori. Tanto più questa è dura nel perseguire un comportamento fraudolento o scorretto di un intermediario, soprattutto a fronte di norme come quelle sulla disclosure che hanno una certa porosità e che si prestano a nascondere la violazione di fatto, tanto più l’intermediario rispetterà la sostanza della norma, non solo la forma.

Ma se banche e intermediari, quando colti in fragrante o denunciati per cattiva condotta o scoperti dalla stessa autority ad abusare della fiducia che in loro ripongono i risparmiatori, ricevono solo uno schiaffo sul collo, magari mostrato in pubblico perché possa apparire più forte di quello che è, allora si continuerà come prima, dischiudendo nella forma e nascondendo nella sostanza.

Noi viviamo in questo regime.

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