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I 5 punti che fanno dei fondi a cedola un pessimo investimento

Cedola. La parola magica che determina un clamoroso successo di raccolta per ogni fondo comune di investimento. Nell’immaginario di molti, la cedola è sinonimo di investimento sicuro perché richiama il buon vecchio titolo di Stato: lo compri, periodicamente dà una cedola certa e alla scadenza restituisce esattamente il valore nominale del titolo. C’è però un problema: i fondi non funzionano allo stesso modo. Neanche quelli a cedola.

di Flavio Talarico - 6 Febbraio 2015 - 7'

Cedola. La parola magica che determina un clamoroso successo di raccolta per ogni fondo comune di investimento. Nell’immaginario di molti, la cedola è sinonimo di investimento sicuro perché richiama il buon vecchio titolo di Stato: lo compri, periodicamente dà una cedola certa e alla scadenza restituisce esattamente il valore nominale del titolo. C’è però un problema: i fondi non funzionano allo stesso modo. Neanche quelli a cedola.

Nel 2014 la raccolta dei fondi comuni di investimento è stata pari a 87 miliardi di euro. Buona parte delle masse è stata indirizzata verso fondi esteri o round-trip. Tra quelli di diritto italiano invece la parte del leone l’hanno fatta i fondi a cedola, con una raccolta sul singolo prodotto che in alcuni casi ha superato il miliardo di euro.

L’enorme successo dei fondi a cedola sembra però guidato dalla generalizzata fuga dal rischio, che spinge i risparmiatori verso prodotti che sono presentati come rassicuranti, e ancor di più dai vantaggi che la distribuzione ottiene collocando questi prodotti. Per quanto riguarda il risparmiatore però i benefici sono ben pochi. Ecco quali sono infatti i principali difetti di questi prodotti.

1. Si fa presto a dire cedola. Tutte le volte che la cedola è garantita si presenta un rischio per il risparmiatore: come si legge sui documenti informativi dei fondi “l’importo da distribuire potrà anche essere superiore al risultato di gestione del Fondo (variazione del valore della quota); in tal caso, la distribuzione rappresenterà un rimborso parziale del valore delle quote”. Insomma, se la gestione del fondo produce un guadagno almeno pari all’ammontare della cedola, questa rappresenta la distribuzione di un profitto. In caso contrario viene distribuita rimborsando il capitale. I fondi in cui la cedola non è mai garantita sono dei fondi a distribuzione di proventi a scadenza, impacchettati dal marketing per risultare più appetibili.

2. Commissione di sottoscrizione e le magie della scadenza predefinita. Un tempo nei fondi comuni erano diffuse le commissioni di sottoscrizione, ben visibili ed evidentemente invise ai risparmiatori, tanto che diversi collocatori hanno rinunciato a chiederle. I fondi a cedola, con una scadenza predefinita, hanno però fornito l’escamotage per continuare a caricare il costo sui risparmiatori, nascondendolo. Come? Prelevando le commissioni gradualmente dal patrimonio del fondo e non chiamandole più di sottoscrizione ma di collocamento. Come si legge sui prospetti “le spese correnti sono stimate tenendo conto della commissione di gestione, dei costi di banca depositaria e della commissione di collocamento – associata alla commissione di rimborso – che viene ammortizzata linearmente nei primi [] anni successivi al termine del periodo di sottoscrizione”. Le commissioni di uscita, decrescenti nel tempo, garantiscono che ogni sottoscrittore pagherà comunque per intero la commissione di collocamento prevista.

3. Quanto mi costi? Un fondo a cedola viene impacchettato all’inizio, con un orizzonte temporale prefissato deve cercare di garantirsi un flusso cedolare. Una volta chiuso il periodo di sottoscrizioni non ci saranno flussi in ingresso e pochi in uscita (perchè scoraggiati dalla commissione). Risultato: il fondo è molto semplice da gestire, eppure le commissioni di gestione superano facilmente l’1% annuo, a cui si somma la quota di commissioni di collocamento sopra citate.

4. Com’è andato il fondo negli scorsi anni? Il rendimento passato non è indicativo dei rendimenti futuri, recitano giustamente tutti i prospetti informativi dei fondi comuni. Tuttavia, considerare l’andamento passato (cosiddetto track record) dei fondi gestiti da una SGR, su un orizzonte temporale sufficientemente ampio, permette di capire se la società sia stata in grado di creare valore per i propri clienti. Per i fondi a cedola questa informazione è difficilmente reperibile perché sono creati periodicamente ex novo e, di conseguenza, alla voce “Risultati ottenuti nel passato” i prospetti recitano “Il fondo è di nuova istituzione”.

5. L’amara sorpresa. L’entusiasmo per i fondi a cedola potrà forse placarsi quando via via i diversi fondi arriveranno a scadenza. A quel punto i sottoscrittori potrebbero scoprire, con sommo stupore, che il capitale disponibile è inferiore a quello investito inizialmente. Se il risultato della gestione non è stato profittevole il sottoscrittore scoprirà che la cedola che gli è stata regolarmente staccata durante gli anni altro non è era che il suo capitale. E meno male che ha pagato commissioni di gestione, per un servizio di gestione molto poco attivo, commissioni di collocamento che sono andate a ingrassare la rete di distribuzione e ha dovuto vincolare il capitale per diversi anni.

I fondi a cedola rispondono però a un’esigenza molto diffusa tra i risparmiatori ossia quella di investire per il medio periodo e di avere anche una piccola rendita ausiliaria. Ci sono sul mercato soluzioni semplici e trasparenti che raggiungono questo scopo evitando di incorrere nei costi nascosti e nelle condizioni assurde dei fondi a cedola.

I fondi a cedola non garantita distribuiscono periodicamente gli eventuali proventi del fondo. Se la gestione ha realizzato dei profitti, e il valore della quota cresce, un rimborso delle plusvalenze permette di ottenere un flusso di denaro, senza intaccare il capitale versato. Nel caso però in cui la gestione del fondo, nel periodo considerato, non risulta in perdita la “cedola” non ci può essere. Nel caso questi fondi fossero comunque a finestra di collocamento, e quindi con un a scadenza predefinita, continueranno però a mostrare i difetti di cui ai punti 2,3,4.

Scegliere invece un fondo aperto, evitando la rigida struttura dei fondi a cedola che prevedono una finestra di sottoscrizione limitata e una scadenza predefinita ha parecchi vantaggi e non esclude la possibilità di avere un flusso di cassa ausiliario. Sottoscrivendo un fondo aperto è possibile investire gradualmente, distribuendo quindi nel tempo il rischio di mercato, e valutare il track record della casa di gestione. Per molte SGR e collocatori, l’uscita dal fondo non prevede commissioni, rendendo possibile accedere in ogni momento al capitale. Con un fondo aperto è dunque possibile rimborsare i profitti conseguiti dal fondo se si ha la necessità di avere un flusso di cassa. AcomeA dà ai propri clienti la possibilità di attivare il servizio “Attiva la cedola”, che automaticamente stacca una “cedola” trimestrale pari agli eventuali profitti generati dal fondo.

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