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Il valore della diversificazione

Non sfruttare tutte le opportunità di diversificare i propri investimenti è uno degli errori più frequenti e diffusi commessi dagli investitori.

di Luigi Guiso - 6 Ottobre 2015 - 5'

Non sfruttare tutte le opportunità di diversificare i propri investimenti è uno degli errori più frequenti e diffusi commessi dagli investitori. Anziché suddividere quanto destinato a investimenti rischiosi –tipicamente il portafoglio azionario – tra le tante alternative offerte dal mercato, le persone tendono a concentrare l’investimento in pochi titoli, spesso anche uno solo. Ovvero lasciano sul piatto opportunità di ridurre il rischio senza al contempo ridurre il rendimento atteso. Di questo errore c’è ampia evidenza.

Tra gli investitori americani, dove inizialmente questo fatto fu documentato, chi ha azioni in portafoglio spesso ne ha solo tre o anche meno. Non è diverso tra gli investitori italiani. Tra quelli che detengono azioni, due su tre investono poco meno del 50% del valore destinato alle azioni in fondi azionari, che per definizione sono ben diversificati. La quota maggiore è investita direttamente in singole azioni. Poco male se questa parte fosse divisa tra tante azioni di diverse società, ma non è così. Chi detiene singole azioni sceglie di puntare su pochi titoli, con un numero mediano di azioni pari a 4. Ovvero la metà dei detentori di singole azioni ne ha meno di quattro in portafoglio.

Se assumiamo che la parte investita in singoli titoli azionari sia divisa tra questi pro quota, allora una semplice misura del grado di diversificazione del portafoglio è un indice pari a 1 – (Quota investita in azioni singole)/Numero di azioni detenute. Se ad esempio una persona investe il 50% del suo portafoglio rischioso in due singole azioni (poniamo Fiat e Pirelli) e l’altro 50% in un fondo azionario, l’indice ha valore 1- 0,5/2 =0,75. Se investe tutto in un fondo azionario l’indice avrà valore 1 e se invece investe tutto in una singola azione, l’indice avrà valore zero. Ovvero l’indice varia tra 0 – diversificazione minima e 1 – diversificazione massima. La figura illustra come si distribuisce questo indice tra gli investitori italiani. Meno del 10% hanno l’intero portafoglio investito in un fondo comune azionario, tipicamente ben diversificato. Ma quasi altrettanti concentrano il loro investimento azionario in una sola azione. E per parecchi l’indice è sotto 0,8, suggerendo che in genere c’è spazio per sfruttare margini di diversificazione per buona parte della popolazione. Le ragioni per cui gli investitori non sfruttano interamente le opportunità di diversificazione possono essere diverse.

Diversificare può comportare dei costi, ad esempio in termini di commissioni di gestione, ma in verità costa meno compare e detenere un fondo azionario che gestire da soli un portafoglio di poche azioni singole. C’è evidenza che gli investitori sono attratti da titoli familiari, come quelli noti ai più – ad esempio il titolo Fiat o il titolo dell’impresa per cui lavorano – e siano spaventati da nomi di titoli identificati da sigle (ad esempio, ETF) che non riescono a decifrare. È verosimile anche che ignorino che i benefici dal diversificare originano dal fatto che le singole azioni non sono perfettamente correlate tra di loro (e con l’indice di mercato) e tendano a pensare che siano tutte uguali. Certo è che nei dati esiste una forte correlazione tra il grado di sofisticazione finanziaria dell’investitore e la diversificazione del suo portafoglio. Persone con più elevata istruzione e maggiore educazione ed esperienza finanziaria detengono portafogli più diversificati. Ma anche tra questi rimangono margini di opportunità di diversificazione non sfruttati.

Rimane poi l’ultima possibilità, forse quella più ovvia: le persone non diversificano (o diversificano meno di quanto potrebbero) non perché sia troppo costoso farlo o non ne capiscono i benefici, ma perché questi ultimi non sono poi così grandi. Possiamo valutarli? Ebbene, studi recenti suggeriscono che per molti investitori – quelli meno diversificati – il costo è elevato, talvolta equivalente a ridurre del 30% la loro ricchezza. O, da un’altra prospettiva, se investissero in un portafoglio perfettamente diversificato per il resto della loro vita otterrebbero un guadagno di benessere della stessa entità di quello che avrebbero se la loro ricchezza venisse aumentata del 30%. Un valore notevole. La ragione è duplice. Primo, perché si otterrebbero rendimenti più stabili. Questo è il vantaggio tradizionale della diversificazione ma non è il più importante. La ragione principale per cui la non diversificazione è costosa è perché le persone, per evitare il rischio che un portafoglio poco diversificato comporta spesso finiscono per investire piccole quote in poche azioni. Infatti, chi investe in una sola azione, vi investe poco. Ovvero l’investitore per proteggersi dal rischio di un investimento azionario poco diversificato, ne riduce l’entità. Ma così facendo rinuncia al ritorno molto più elevato che l’investimento azionario in media comporta. Questo mancato guadagno, capitalizzato su tanti anni, può essere molto rilevante – fino appunto al 30% della propria ricchezza.

Luigi Guiso

Axa Professor of Household Finance (Eief)

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